C’è un filo rosso che lega gli spionaggi di Pasquale Striano, l’ufficiale Gdf accusato di aver gestito un traffico di dossier a giornalisti compiacenti del «Domani», ai misteri del processo a monsignor Angelo Becciu, l’ex Sostituto alla Segreteria di Stato Vaticano condannato a cinque anni e mezzo per peculato nel processo di primo grado voluto fortemente da Papa Francesco, costato al porporato l’accesso al Conclave che ha eletto Leone XIV.
Alla quinta udienza del processo d’appello ripreso ieri - senza il Promotore di Giustizia Alessandro Diddi che ha fatto un passo di lato per non farsi ricusare dalla Cassazione vaticana - i legali degli imputati, alla sbarra per la presunta malagestio dei fondi dell’Obolo di San Pietro e della compravendita del palazzo londinese di Sloane Square costata al Vaticano 200 milioni, hanno chiesto di acquisire gli atti del caso Striano, che come ha scritto il Giornale nel maggio del 2019 (prima che scoppiasse lo scandalo dentro il Vaticano, avrebbe effettuato «plurimi accessi abusivi a sistemi informatici su tutti i protagonisti di questa vicenda», dice Cataldo Intieri, avvocato di Fabrizio Tirabassi. «Striano non ha risposto all'interrogatorio, non ha detto chi glielo chiese, negli atti si parla di contatti tra lui e membri della gendarmeria vaticana, ma non siamo in grado di dire chi - sottolineano i legali del broker - ma la logica ci dice che a chiedere questi accessi non poteva che essere una persona delle istituzioni a conoscenza di questa storia». D’accordo anche gli avvocati dell’altro finanziere Raffaele Mincione, processato ingiustamente e per questo recentemente risarcito dal Vaticano.
«È l’ennesima prova di radicale nullità di questo processo», dice al Giornale Fabio Viglione, che con Maria Concetta Marzo difende il monsignore sardo, che secondo la sentenza non avrebbe comunque intascato una lira dei soldi presuntamente sottratti ai fondi riservati della Segreteria di stato vaticana. I legali di Becciu contestano anche altre nullità nella mancata consegna di atti decisivi per dimostrare l’innocenza del loro assistito, come le chat nelle quali Diddi avrebbe concordato con la Papessa Francesca Chaouqui e la nobildonna ex analista dei Servizi Genevieve Ciferri il memoriale di monsignor Alberto Perlasca che è servito a mascariare il monsignore davanti al vecchio Pontefice.
Massimo Bassi, anch'egli difensore di Tirabassi, ha invece lamentato l’inefficacia dei rescripta di papa Francesco (le modifiche ai poteri del Promotore di Giustizia) chiedendo alla Corte d’appello di rinviare gli atti