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L'8 settembre anti tedesco comincia con i nostri soldati

La mobilitazione partigiana arrivò dopo un impulso non politico e in larga parte nato dalle forze armate

L'8 settembre anti tedesco comincia con i nostri soldati
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Quando inizia la Resistenza? Chi inizia la Resistenza contro il fascismo e, soprattutto, contro le truppe di occupazione naziste? Nella narrazione comune del 25 aprile l'accento è sempre spostato sulla resistenza del Nord Italia, le sue repubbliche partigiane del 1944, e il grande movimento diventato di massa nel 1945, quando ormai era chiaro che i tedeschi, e i repubblicani di Salò, sarebbero stati battuti.

Ma il germe della Resistenza, quello più disperato, e per molti versi tradito è nato decisamente prima e non ha una radice soltanto politica, piuttosto risorgimentale. Furono i militari, spesso a partire dai gradi inferiori, che per quanto abbandonati e privi di ordini, organizzarono spontaneamente, nel nome dell'identità nazionale, dell'italianità, la resistenza alle soverchianti forze tedesche. Soverchianti soprattutto per il mancato coordinamento che il comando supremo italiano causò colpevolmente, per la mancata preparazione all'armistizio dell'8 settembre e nei giorni seguenti.

Per rendersene conto niente di meglio di Roma tradita (pagg. 268, euro 23) di Elena Aga Rossi appena pubblicato per i tipi del Mulino. La storica, che ha già indagato in altre sue opere la resistenza della Divisione Acqui a Cefalonia e gli effetti dello sbando dell'8 settembre, in questo caso si concentra sulla difesa di Roma che venne portata avanti grazie allo spontaneismo di alcuni reparti ma senza nessun vero coordinamento da parte delle istituzioni centrali dello Stato, a partire dal Re e Badoglio. Tra le cose più interessanti del libro la messa a disposizione del lettore di molti dei documenti d'epoca della commissione parlamentare d'inchiesta che sono stati desecretati. Bastano gli stralci della relazione del Colonnello Mario Di Piero che, schierato con il Primo Reggimento granatieri di Sardegna, dal 9 al 10 settembre fu al centro del tentativo di fermare i reparti tedeschi diretti verso Roma, sino ai tragici e sanguinosi scontri di Porta San Paolo.

Nell'asciuttezza del linguaggio militare, il coraggio dell'abnegazione per difendere la capitale e la tragica latitanza dei comandi. Fallito ogni coordinamento, con larga colpa italiana, con gli angloamericani e il loro possibile intervento aviotrasportato, i tedeschi attaccano. I granatieri ed altri reparti raccogliticci resistono in dei capisaldi che per la latenza di ordini sono stati mal fortificati, per giunta senza benzina per i mezzi perché si è lasciato che i tedeschi prendessero l'iniziativa sui depositi.

Siamo alle ore 6 e 30 del 10 settembre: "Il vicecomandante della Divisione mi comunica che è stata raggiunta una tregua d'armi con inizio alle 7,30".

È l'ennesimo trucco dei tedeschi in cui gli sbandati comandi italiani si fanno abbindolare. E infatti: "Alle ore 8 mentre siamo a colloquio unità blindate tedesche (carri armati e autoblindo) provenienti da tergo delle case della Montagnola e cioè in direzione normale alla via Laurentina attaccano decisamente il mio comando di Reggimento. Sono subito colpite in pieno due autoblindo del Re-co (il comandante di queste è ferito a morte)". È solo una delle azioni sleali a cui gli italiani sono sottoposti mentre i loro comandi nicchiano.

Alle 10,45 un fonogramma del Generale Carboni, da cui dipende la difesa della città recita così: "Ordino alla divisione Granatieri di inibire il passo a qualsiasi formazione armata tedesca che tenti di puntare su Roma. Qualora tedeschi non ottemperino ordine che div. gran. passi con la massima violenza al contrattacco". L'ovvia dimostrazione che il comando non ha la minima idea che la divisione combatte da ore coadiuvata da forze raccogliticce mentre i tedeschi, pur sulla carta in minoranza numerica attaccano con coordinata spietatezza.

Tutto spiegabile con la scelta attendista di Badoglio: tutta centrata sulla speranza, folle conoscendo anche solo lontanamente la mentalità di Hitler, che gli italiani potessero cavarsela senza più combattere né con gli alleati né con i tedeschi. Eppure in molti a Roma, o a Cefalonia, disperatamente si opposero alla morte della patria.

In alcune zone, come in Corsica, gli italiani riuscirono addirittura a resistere e a rendere inoffensivi i tedeschi. Ma di questo pezzo di resistenza non si parla mai. Magari perché consente di esporre anche tricolori e non solo bandiere rosse.

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