"Una cosa è certa. Se Eugene O'Neill m'incontrasse per strada mi prenderebbe a cazzotti. E io dovrei dirgli: hai ragione tu". Non è stato malmenato ma, al contrario, premiato con calorosi battimani, Gabriele Lavia: il suo Lungo viaggio verso la notte (dal 4 al teatro Argentina di Roma) avrebbe forse irritato l'autore; ma entusiasma il pubblico. "È un testo troppo lungo. Eterno - spiega l'interprete e regista - Ho dovuto tagliarlo. Ma questo lo sapeva anche O'Neill. Lui non scriveva per la scena: ma per liberarsi di ciò che aveva dentro".
Premio Pulitzer 1957, fluviale e anche disperatamente nero. Perché una simile sfida?
"Ecco la domanda delle domande. Perché è un capolavoro, appunto. Perché anche ridotto non perde nulla della sua poetica. Perché è un'opera-confessione talmente sincera che O'Neill se ne vergognava: prescrisse che fosse rappresentata solo venticinque anni dopo la propria morte. Ma la vedova, con uno stratagemma, li ridusse a tre. Perché nel narrare di sé e della sua famiglia, O'Neill racconta molto di noi stessi".
Famiglia complicata, questi Tyrone: padre frustrato, madre drogata, un figlio alcolista, l'altro tubercoloso. Si amano eppure si dilaniano. Caso fuori dalla norma, o magari comune?
"Piuttosto diffuso. Non è difficile trovare famiglie i cui componenti, pur volendosi bene, si fanno del male. Famiglie in cui convivono amore e disprezzo, tenerezza e violenza. Non esisterebbe Strindberg, altrimenti, con le sue storie di mariti e mogli che si accoltellano, nonostante siano innamorati. Per questo la scenografia rinchiude i Tyrone in una sorta di gabbia. La prigione che li unisce, ma nella quale si dibattono".
Il protagonista è un attore di successo ma condannato a ripetere all'infinito il ruolo, modesto, che gli ha dato la fama. È vero che, come dice una sua battuta, "il teatro rovina la famiglia"?
"Nel suo caso si. Lui è un buon diavolo, meschino, in scena un vecchio trombone, totalmente votato ad un teatro mediocre, e quindi finito nel vortice infernale cui s'è condannato da sé. Infimi alberghetti, freddi camerini, sporchi teatri di provincia. Una sola cosa non gli manca mai: la bottiglia del whisky sul comodino".
E nel caso di Gabriele Lavia? Lei pure è votato al teatro. Eppure gode ottima salute...
"È vero: anche la mia vita è stata solo teatro. Ma io devo ringraziare la mia buona stella: non frequento pensionacce, mai bevuto un goccio in vita mia. Quanto alla salute, mentre recito sento i commenti delle spettatrici, che si bisbigliano: Ha 84 anni! Ed è ancora vivo!. Le tranquillizzo: ancora per poco, mie care".
E poi, nei suoi sessant'anni di carriera, lei ha fatto solo il teatro che ha voluto. O invece no?
"Non che ho voluto: che ho potuto. Spettacoli bellissimi ma anche orribili, perseguitato senza requie dalla vana smania di migliorarmi. Prenda Amleto. Ne ho fatti quattro. Perché? Per farlo sempre meglio. E quando chiesi ad un amico quale fosse stato il migliore, lui replicò: il primo. Il teatro è difficile. Peggio: è un incubo. Le prove, la prima, le repliche: tutto un incubo. Aveva ragione Gassman: Fa male, il teatro".
E c'è qualcuno dei suoi colleghi attori che oggi, alla sua età, deve ringraziare?
"No, nessuno. L'attore lavora su sé stesso, come diceva Stanislawskj: non può imitare nessun altro. Io non so nemmeno come si fa l'attore: lo faccio come insegnava Peter Brook, senza pensarci troppo, alla come viene viene. C'è già un regista, che pensa. In John Gabriel Borkman di Ibsen chiesi al caro Marco Sciaccaluga se potevo rotolarmi su un enorme scivolo in pendenza. Ti farai male!, urlò lui. Io lo feci lo stesso, provocando l'orrore delle spettatrici in prima fila, terrorizzate che finissi sulle loro ginocchia. Troppo bello! - commentò Sciaccaluga -. E ora dovrai farlo ogni sera".
Fra i
registi, allora: c'è qualcuno che deve ringraziare?"Io devo tutto a Orazio Costa e Giorgio Strehler. Diversissimi fra loro, m'hanno insegnato entrambi la stessa cosa. L'idea profondamente etica del lavorare in teatro".