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Cappelletti in brodo: il piatto di Natale della tradizione emiliana

La storia, la leggenda e le tantissime varianti dei cappelletti in brodo: un piatto antico e tipico del Natale in Emilia Romagna, un tempo riservato alla nobiltà e oggi sempre più apprezzato

Cappelletti in brodo: il piatto di Natale della tradizione emiliana
I punti chiave

Caldi e simbolo di un gusto antico: sono i cappelletti in brodo, un piatto tipico di Natale che fa parte della storia emiliana, una tradizione che nel tempo si è diffusa in tutta l’Emilia Romagna e, poi, anche altrove. I cappelletti in brodo rappresentano un’usanza affascinante: venivano preparati un tempo dalla donna che reggeva la casa e la famiglia, come metafora dell’affetto che provava per i suoi cari.

Attenzione, però, a non confonderli con i tortellini: hanno una forma diversa, un ripieno differente e vengono conditi in modo altrettanto diverso. I tortellini sono arrotolati su un mignolo, mentre i cappelletti sono semplicemente chiusi alle estremità. I tortellini presentano poi un ripieno di carne, mentre i cappelletti possono includere ripieni più variegati in base alla località e alla modalità di preparazione, casalinga o artigianale. Infine, i tortellini vengono consumati in brodo, con la panna o con una crema al Parmigiano Reggiano, mentre i cappelletti possono essere anche conditi con il ragù alla bolognese.

Che cosa sono i cappelletti in brodo

Tortellini
Tortellini Tortellini (Unsplash)

Fondamentalmente, i cappelletti sono della pasta all’uovo ripiena. Si stende una sfoglia da un impasto che prevede un uovo ogni 100 grammi di farina: la sfoglia viene poi tagliata, riempita e sigillata, affinché il ripieno non fuoriesca durante la cottura. Il nodo del ripieno non è di secondaria importanza. Può essere a base di carne (maiale, vitello, manzo, guanciale, cotechino o pollo), ma anche di Parmigiano e ricotta o, ancora, polpa di zucca. Il nome viene dal fatto che questa pasta assomiglia a dei piccoli cappelli.

La tradizione dei cappelletti in brodo

Cappelletti
Cappelletti Cappelletti (Unsplash)

La prima attestazione scritta relativa ai cappelletti in brodo risale al XIII secolo: ne parlò fra’ Salimbene da Parma. Ma bisogna attendere il XVI secolo prima della diffusione massiccia della ricetta alla corte estense, grazie a due cuochi Cristoforo di Messisbugo e Bartolomeo Scappi, che la perfezionarono.

I cappelletti in brodo piacquero soprattutto a sacerdoti e frati, mentre nelle famiglie laiche venivano visti come piatto prelibato, raffinato e nobile. Da qui la scelta di prepararli a Natale, ovvero nei giorni di festa.

La diffusione della preparazione diede vita a molteplici possibilità di ripieno. Queste vennero ideate in base al substrato culturale e gastronomico della zona specifica dell’Emilia Romagna in cui i cappelletti venivano preparati, ma anche alle specificità del territorio in relazione ai prodotti tipici di ogni città. Tanto che nel XX secolo furono infatti indicate 7 ricette con ripieni differenti da Giovanni Manzoni, mentre Pellegrino Artusi ampliò gli orizzonti con i ripieni a base di ricotta, petto di cappone e lombata di maiale.

La leggenda dei cappelletti in brodo

Cappelletti
Cappelletti Cappelletti (Unsplash)

Esiste una leggenda sulla creazione dei cappelletti in brodo. Si tratta di un mito che ripercorre il topos tutto italico e antico della bellezza femminile da osservare da lontano, letteralmente dal buco della serratura. Stando al mito, agli albori del XVI secolo, Lucrezia Borgia si fermò a riposarsi in una locanda di Castelfranco Emilia. L’oste del luogo fu soggiogato dalla bellezza della donna e cercò di spiarla mentre era nella camera affittata nella locanda. Ma dal buco della serratura riuscì a vedere solo il suo ombelico: tanto bastò a ispirarlo nel creare una pasta ripiena che ne riproducesse le forme, i cappelletti appunto.

La foto dei cappelletti in brodo è di Lungoleno, via Wikipedia

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