Giovanni Arcangeli è un maestro appartato della pittura contemporanea. È appartato non in senso psicologico, perché anzi conta autorevoli estimatori e amici, ma in senso per così dire estetico: la sua pittura per nulla appariscente, dove non cè niente di sconvolgente, niente di eccessivo e nemmeno niente di ripugnante, non è fatta per tempi come i nostri, sempre in cerca dei cosiddetti eventi.
Nella pittura di Arcangeli, invece, di eventi non ce ne sono. Chi dovrebbe e potrebbe farli accadere, cioè luomo, non cè. Qualcuno ha detto che La città ideale, il dipinto quattrocentesco attribuito a Leon Battista Alberti, è ideale perché non si vede luomo. Anche i paesaggi di Arcangeli sono disabitati, ma, più che ideali, sono incantati. («Il viaggiatore incantato» è appunto il titolo della mostra, a cura di Giuseppina Ghini e Carlo Fabrizio Carli, aperta fino al 30 luglio al Museo delle Navi di Nemi e dedicata ai dipinti recenti dellartista romano).
Ma la cosa più interessante dei paesaggi esposti, al di là della loro dimensione metafisica, è il modo in cui sono costruiti. Si può dire di queste opere quello che Sironi diceva di un suo collega oggi dimenticato, Piero Marussig: «Marussig è italiano anche quando dipinge. Davanti a un paesaggio gli basta che abbia conveniente equilibrio di masse, non privo di una certa romantica pienezza, dove è facile intuire la sua passione per le belle ricchezze della natura».
Come un viaggiatore del Settecento, Arcangeli compie un voyage en Italie. Vede il tempio di Diana a Nemi, vede Ariccia e Genzano, Tuscolo e Palazzolo, Villa dEste e Monte Cavo. Va in giro per Roma e ne dipinge i luoghi più famosi, che sono anche quelli meno conosciuti. Perché, mentre il viaggiatore del passato scopriva quello che non conosceva, il viaggiatore di oggi scopre di non conoscere quello che è già stato scoperto.
Le cose che ci circondano, insomma, sono un mistero.
Viaggiatore nel regno della metafisica
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