Viaggio tra i disperati in fuga da Saigon

La guerra è all’epilogo: colonne silenziose di profughi cercano un rifugio che non c’è. Il calvario di vecchi e bambini: "Per noi è la fine"

Il medico Thomas Cole, con un occhio bendato, soccorre il sergente Harrison Pell

Abbiamo impiegato più di due ore di automobile e camminato per oltre un’ora a piedi per giungere qui, a settanta chilometri da Saigon e a una decina dalla città di Xuan Loc, che stamane era il punto più minacciato dell’intero perimetro difensivo di Saigon.

Nel corso della nostra seconda ora in automobile e dell’altra di camminata a piedi, abbiamo sempre marciato in senso contrario a una interminabile colonna di profughi proveniente dalla zona di An Loce dalla città stessa.

Ora, sotto il sole a picco di mezzogiorno - un collega argentino, ed il sottoscritto- sediamo sul bordo della risaia che lambisce la diritta strada asfaltata che conduce ad An Loc, in attesa di intraprendere la via del ritorno. I profughi passano lenti, senza fretta, taluno saluta. Qualcuno in bicicletta, qualcun altro in motorino.

Altri stipati a grappoli su ciclomotori a tre ruote, altri ancora aggrappati su moto coltivatrici o su pesanti carri con le ruote di legno pieno, tiratida lenti buoi. Mai più vengono avanti a piedi, con i cesti delle bilancelle che reggono sulle spalle occupati da bambini, pentole, teiere di latta, sacchetti di riso, misere cose.

Sopra un colle boscoso che si alza a due o tre chilometri dalla strada, esplodono ogni tanto colpi d’artiglieria. Impossibile dire se si tratti di colpi nordvietnamiti o sudvietnamiti: non un profugo si gira a guardare.

È difficile imbattersi in qualcuno che sappia dire qualcosa in francese o in inglese. Più difficile ancora rendersi conto della situazione in atto a Xuan Loc, che ieri un’agenzia americana aveva dato per caduta in mani nord vietnamite.

Tutti dicono che vorrebbero recarsi a Saigon, ma è difficile se non taglieranno per le risaie che riescano a superare i sei sbarramenti di filo spinato e cavalli di frisia che la polizia ha posto a partire da una cinquantina di chilometri dalla capitale in poi. Un vecchio solo, cui offriamo da fumare, tira fuori un documento di venticinque anni fa: «tal dei tali» - c’è scritto in francese - caporale del 25º reggimento di fanteria coloniale». L’uomo riesce a farci capire che la città, caduta ieri mattina in mani comuniste dopo un infernale fuoco d’artiglieria seguito da un attacco di carri, è stata ripresa inserata dai governativi. La colonna che ci sfila dinanzi si assottiglia, si ingrossa, torna ad assottigliarsi, a tratti occupa tutta la larghezza della strada: è un fiume che scorre lento, guardando verso Xuan Loc sulla quale si è alzata una colonna di fumo. Non se ne vede la fine.

Ora si sentono lontano rombi di cannone e sulla destra quattro elicotteri volano alti fra le nubi. Sulla via del ritorno fino all’ultimo sbarramento oltre il quale il nostro autista si è rifiutato di proseguire, marciamo tra i profughi. C’è una ragazzina di una dozzina di anni, sola, chespinge una sgangherata bicicletta con le ruote senza gomme. C’è una madre con due bambini piccolissimi in un cesto della bilancella, un bambino un po’ più grande nell’altra e tre altri più grandicelli, che le camminano vicino, legati in vita da una fune, come in cordata.

È da poco passata la mezza. Alla periferia di Saigon, ragazzi e ragazze escono dalle scuole con le cartelle sotto il braccio, ordinatissimi, tutti in uniforme. Ridono e scherzano. Strana città, Saigon. È la città in cui, anche in questi giorni, alle 8 del mattino si incomincia la fila per il cinema. L’emozione per le bombe cadute sul palazzo del presidente Thieu è durata un giorno solo, non di più. Verso il tramonto, mentre mi accingo a portare al telex la presente cronaca, da una radiolina che trasmette il notiziario americano, sento la voce di una annunciatrice: «Formazioni di carri armati nord vietnamiti hanno rotto le difese sud vietnamite lungo la strada da Tay Ninh a Saigon a quaranta - cinque chilometri dalla capitale». Chissà se sarà vero. Stasera nelle strade del centro c’è perfino gente che hal’aria di trovarsi in giro solo per passeggiare, per una boccata d’aria un po’ meno calda. Ma ora ricordo la frase con la quale, tristemente, l’autista si era congedato: «Xuan Loc, finita, Danang anche, Vietnam finito».

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