Vita, destino e amore nel Camus inedito

E ntra nel suo trentesimo anno di vita la più bella rivista letteraria italiana, la più fedele a se stessa, la più feconda di scoperte, la più aliena dalle mode: In forma di parole, condotta da Gianni Scalia con il supporto dell’ineffabile Pasquale Alferj. Nessuna rivista meglio di In forma di parole ci ha fatto conoscere nomi e talenti sconosciuti al circo nazionale, voci lontane e diverse, fuori dal coro o echi di altri cori, presentandoci la vastità della letteratura come si presenta un conto inatteso, un panorama non previsto.
Sono tanti i nomi per me nuovi incontrati grazie a questa rivista, ma sono tanti anche i nomi che, grazie a questa rivista, ho potuto incontrare di nuovo, da capo. Conoscere quello che si credeva di conoscere è una delle esperienze umane più augurabili.
Nell’ultimo numero datato 2009 (pagg. 180, euro 30) ma uscito in realtà solo da poco, Scalia e amici ci presentano qualcosa di veramente speciale. Si intitola La posterità del sole, è del 1950 e consiste in una raccolta di immagini dell’allora giovane fotografa Henriette Grindat commentate nientemeno che da Albert Camus, che era stato presentato alla Grindat da un comune amico, il poeta René Char.
Le immagini riguardano una porzione abbastanza ristretta del paesaggio provenzale (Vaucluse, Ile-sur-la-Sorgue, Il Thor, con una particolare insistenza sul piccolo fiume Sorgue), un paesaggio molto amato da Char e che diventerà luogo di elezione anche per il grande romanziere.
Sempre pubblicato come plaquette e edito in libro in Francia solo recentemente, La posterità del sole impegnò Camus molto più di quanto l'esiguità del testo lasci pensare. È la radicalità di questo impegno il primo dato che colpisce il lettore, anche quello (come il sottoscritto) cui sono capitate avventure analoghe.
Sembra quasi che la scrittura del testo proceda come ultima tappa da un lungo tirocinio cominciato con la visita di Camus a Vaucluse, ospite di René Char, e con l’immedesimazione in quel paesaggio, fino a desiderare di abitarlo. Le immagini della Grindat sembrano a loro volta scolpite - con quei loro contrasti netti e violenti, senza sfumature o adombramenti - dentro l’anima di Camus, così che il paesaggio provenzale sembra rimbalzare, in questa opera mirabile, da un’anima all’altra.
Ma che cos’è un paesaggio se non la somma delle anime che lo popolano, degli sguardi che l’hanno modellato, rendendolo singolare e inconfondibile? Nessun paesaggio avrebbe senso, infatti, se esistesse soltanto nella dimensione spaziale: è sempre il tempo a consegnarcelo, a raccontarcene la profondità.
Camus è uno scrittore di parole grandi. E qui le sue grandi parole ci sono tutte, scandite e come trattenute anticipatamente dalle fotografie. Come se proprio in queste righe ci avvicinassimo maggiormente alla ferita, allo strazio da cui nacque tutta l'opera di questo grande scrittore.
A fianco dell’immagine 9, recante due vecchi salici pieni di nuovi germogli, Camus parla di «primo giardino del mondo» e aggiunge: «Ad ogni aurora, il primo uomo», anticipando un tema che finirà per catalizzare i sentimenti e l’opera dello scrittore. Chi è il primo uomo? Tutti lo siamo, ma è un segreto che pochi conoscono.
L’immagine 15 presenta un sentiero in un bosco verso sera. Leggiamo: «Il giorno si conclude, le foglie scricchiolano. Essi aspettano ancora, tu li ami meglio da qui». E aggiunge: «Parlare separa, anche». Come tutti i grandi scrittori, Camus sconta la forza disgregatrice della parola, la sua capacità di dissipare in vana chiacchiera il pensiero originario da cui, pure, essa nasce e prende forma.
Nell’immagine 21 c'è un torrente secco, sul quale inutilmente si protende l’ombra di una vegetazione troppo bassa. Scrive Camus: «Il torrente è arido. A primavera, porta via tutto. Gli uomini che gli somigliano ricevono la privazione e la voluttà con lo stesso cuore riconoscente». Colpisce il verbo «ricevere», che è il più camusiano di tutti. Noi non siamo fatti per accettare, ma per ricevere, è nel ricevere che l’uomo si illumina.
L’immagine 29 reca un testo struggente: «Altri dopo di noi riceveranno ancora su questa terra il primo sole, si batteranno, apprenderanno l’amore e la morte, acconsentiranno all’enigma e torneranno a casa da sconosciuti». Si conclude con queste parole: «Il dono di vita è adorabile». E non si fatica a credere che il senso di questa parola, «adorabile», differisca di molto dalla tonalità fru-fru con la quale il francese di oggi la ripete, ignaro di cosa sia l’adorazione, lo sguardo orante fisso su un punto. Sull’inspiegabile dono della vita, che trapassa le infinite scene di morte (di cui la stessa opera di Camus è piena, da Lo straniero a Il malinteso fino a La peste).
Da questo dono nasce la forza primordiale del romanzo, mistero anch’esso. In queste didascalie si nascondono molti romanzi struggenti. Il mio preferito è quello dell’immagine 7, dove una semplice zolla d’erba richiama a Camus queste parole: «Ecco il prossimo letto dell’amore. Il posto è già caldo. Li sentiamo ridere, in lontananza».