La Pinacoteca Nazionale di Bologna ha qualcosa di opprimente. Sarà il silenzio, saranno i grandi spazi algidi, la guardianìa in uniforme, le borse da lasciare in guardaroba, la collezione di antichi maestri, ma è quel tipo di museo che ti fa sentire obbligato a parlare sottovoce. Vuoi mettere il senso di liberazione quando, scendendo nell'ipogeo, si apre l'allegra sarabanda della Scuola di Venezia? È una collettiva, aperta dal 31 gennaio al 6 aprile, che quanto a spregiudicatezza osa persino un titolo in inglese, More than this. A me è sembrata magnifica.
In senso allargato, per Scuola di Venezia s'intende quell'insieme di artisti, da giovanissimi a ultraquarantenni, che hanno studiato pittura all'Accademia di Belle Arti di Venezia nell'Atelier F, sotto la guida di Carlo Di Raco. Di Raco inizia a insegnare nell'istituzione veneziana a metà degli anni '90, l'aula-laboratorio in cui dipingono i suoi studenti è, per ordine, la sesta del complesso delle Gallerie dell'Accademia, ed così che, in tutta semplicità, nasce l'etichetta Atelier F, oggi circondata dalla leggenda. Che il corso di pittura si trasformi in scuola succede però solo con i primi anni del nuovo millennio, e su base metodologica, non stilistica: gli studenti dell'Atelier F dipingono insieme, confrontandosi con i docenti (Di Raco, Scavezzon, Pertegato), ma confrontandosi anche tra loro e con i pittori che, usciti dall'Accademia, si sono affermati e tornano a dipingere insieme ai più giovani. Succede anche d'estate, negli spazi del Padiglione Antares a Marghera, in un workshop che si conclude in autunno con un open-studio, Extraordinario, che nel 2025 ha raggiunto la sesta edizione e dove i dipinti sono presentati senza nome o titolo, a sottolineare l'appartenenza a un organismo collettivo.
La collettiva di Bologna, curata da Daniele Capra e organizzata in collaborazione con la Fondazione Coppola, certifica e meritatamente istituzionalizza l'importanza della Scuola di Venezia, che negli anni si è guadagnata rispetto e ammirazione (se non, come si diceva, un alone di leggenda) diventando un marchio di garanzia anche per il mercato collezionistico italiano, che la segue con occhio più che attento. In More than this ci sono dodici degli artisti che, usciti dall'Atelier F, più si sono affermati in questi ultimi anni. Mancano due superstar come Iva Lulashi e Chiara Enzo, protagoniste nelle Biennali 2024 e 2022, ma ci sono altri nomi di punta della pittura italiana emergente: Aleksander Velicek, Thomas Braida, Danilo Stojanovic, Neboja Despotovic, Jingge Dong, Paolo Pretolani, Maria Giovanna Zanella, Beatrice Gelmetti, Francesco Cima. Sono tutti millennial, nati tra i primi anni '80 e l'inizio dei '90, non tutti con radici italiane, come si intuisce dai patronimici, ma ormai italiani a tutti gli effetti, come certifica il marchio di fabbrica, quel ricorrente vive e lavora a Venezia che troviamo nelle loro biografie. A completare i dodici di More than this ci sono poi tre pittrici più giovani, ma già disputate dal collezionismo italiano: Chiara Calore, Chiara Peruch e Adelisa Selimbaic.
Si diceva: quella di Venezia è una scuola per la peculiarità del suo metodo formativo e non per uniformità di stile, come ci tengono a sottolineare Carlo Di Raco e Daniele Capra. Potrei obiettare che un'occhiata via Instagram alle opere degli studenti tutt'ora al lavoro nell'Atelier F evidenzia invece caratteristiche comuni (l'uso ricorrente di certe texture negli sfondi, il modo uniforme di dipingere certi dettagli decorativi, le scelte coloristiche), ma è palese che i dodici in mostra a Bologna, usciti da anni dall'Accademia, siano ormai diventati a loro volta giovani maestri, e questo grazie all'approfondimento di un linguaggio pittorico in tutto personale. Lo dico meglio: gli artisti di More than this tra loro non si somigliano per niente. Certo, fanno tutti un figurativo pieno di vita e colore, e tensione, e sorpresa, ma ciascuno lungo una strada propria. In mostra ci sono i tratti larghi, pastosi e trascinati dei grassi e dilaganti nudi di Maria Giovanna Zanella, recente vincitrice del Premio Cairo 2025 con una trasposizione radicalmente materica, in sculture di pane, dei medesimi soggetti. E a far da contrappunto ci sono anche le figure, tenui nei colori e sottili nel tratto, di Adelisa Selimbaic, che restituiscono la sensualità e la felicità del corpo femminile qualunque, con le sue imperfezioni e la sua liberatoria normalità. Ma ci sono anche i paesaggi oscuri, rameici, di Francesco Cima, dove l'uniformità cromatica dei boschi, dei cieli, degli specchi d'acqua diventa un enigma: che mondi sono, dov'è l'uomo, cos'è accaduto? E quanto a inquietudine pure le tele di Chiara Calore te la comunicano ma forse anche no, soprattutto se cogli l'elemento ironico e surreale delle sue opere magnetiche, che richiamano l'iconografia sacra rinascimentale, la natura morta barocca, i maestri fiamminghi, strizzando però l'occhio allo spettatore: un turbante che si trasforma in coniglio, un leone che sfuma in un copricapo di verdura, un'enorme tela infarcita di figure che, se le guardi da vicino, ti rendi conto che sono proprio quella cosa lì, quella del titolo, "Arazzo del c***o". E come dimenticare la grande tela di Thomas Braida, tre metri per quattro, con un enorme gatto surreale, parente del demone del Maestro e Margherita? O la tela invece minuscola, e di gusto eccelso, del contorsionista rosso su sfondo blu di Danilo Stojanovic? Non c'è spazio per parlare di tutti, ma ce n'è abbastanza per dire che More than this è un peek-a-boo che salta fuori dai sotterranei di un museo adeguatamente serioso, diventando una mostra viva e matura dalla quale, per una volta, mi sarei portato a casa tutto.
È una riuscita panoramica su di una pittura lussureggiante, quella della Scuola di Venezia, che come ha scritto di recente Nicola Samorì, "si è riappropriata con vitalità dei sensi, dello stomaco, del gusto e del piacere".