Voi umani, adoratori di autostrade

«Inquietudine e tendenza a nascondere i tormenti – spossatezza mentale - riserbo orgoglioso e sensazione di superiorità isolata».
Lo spettrometro di massa psichica non lasciava dubbi: ECO1717 non era nelle condizioni ideali per affrontare la prova che lo attendeva. E non era un esame qualsiasi. Era l’ultima insperata esagerata temuta sognata decisiva possibilità di realizzare il suo sogno. «Non puoi farcela, lascia perdere» si era ripetuto fino allo stordimento. “Accetta i tuoi limiti. Nessun UX, nessun essere creato in laboratorio, ha mai ottenuto una cattedra alla Società di Studi Supremi. Tu hai già raggiunto un livello eccellente, non cadere vittima della tua ingenua presunzione...». Inutile. Era arrivato al punto d’iniettarsi nel pensiero fantasmi di fallimenti clamorosi, di devastanti derisioni accademiche, perfino dosi massicce di ultracorpi per ridurre l’alto livello di egocentrismo.
Risultato zero.
In quella sfida c’era il corredo di tutta la sua volontà rabbiosa, il nocciolo della sua, un po’ patetica, determinazione. Tentare quell’esame era diventata la sua ossessione. E sapeva anche quanto fosse pericoloso per un UX infrangere la mente sullo stesso pensiero, avvicinarsi al gorgo delle idee fisse. Era in gioco la sua stessa esistenza.
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Al Dipartimento di Semiotica intergalattica c’era grande agitazione. Un frammento di ex-vita cosmica si era abbattuto – metaforicamente – su quelle stanze dall’atmosfera solitamente catacombale. L’astronave delegata all’esplorazione del quadrante RTL89 era rientrata con un’importante scoperta.
Il ritrovamento era stato del tutto casuale, durante una sosta tecnica sul terzo pianeta del sole R7576: dei segni appena percettibili su una struttura semisepolta ai lati di quello che doveva essere stato un lunghissimo canale o qualcosa di simile. La presenza di quel messaggio evanescente – se di messaggio si trattava – era forse la prova che anche in quella parte dell’universo era esistita una forma di vita.
Forse intelligente, evoluta. Il significato di quelle brevi linee, dritte e curve, che si susseguivano apparentemente senza alcun senso, avrebbe potuto dare qualche prima risposta al pacchetto di domande relative. Il primo tentativo di interpretazione fu lasciato alle potenti macchine indagatrici dell’astronave, senza esito. E anche i cervelli degli scienziati che facevano parte dell’equipaggio finirono presto in affanno. Non restava che attendere il ritorno e affidare l’analisi al famoso Dipartimento di Semiotica, spesso protagonista di indagini eccellenti.
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I vertici della Società di Studi Supremi si erano subito resi conto della difficoltà e della complessità di quel lavoro interpretativo, in cui c’era molto più da perdere, in prestigio, che da guadagnare.
Avevano così trasformato il tentativo di soluzione dell’enigma in un atipico, insolito concorso. Primo - e unico – premio la prestigiosa cattedra di Strutture assenti, da tempo vacante per mancanza di candidature idonee. Per ECO1717 quella gara imprevista rappresentava l’occasione sognata. Affascinato da sempre dai simboli si era subito messo in viaggio mentale con la carovana di punti interrogativi portata dalla misteriosa stèle. Era convinto di andare verso la nuova frontiera della semiotica. E sapeva (almeno sperava, considerato che la sua presunzione gli aveva fatto dei brutti scherzi...) che l’avrebbe raggiunta. Quei segni giunti da tanto lontano erano diventati cellule respiro affanno furore delirio del suo stesso essere: li aveva assimilati, non poteva non svelarne il significato.
Al momento della prova ECO1717 ebbe una buona e una cattiva notizia. Entrambi gli avversari che volevano gareggiare si erano ritirati. Ma all’ultimo istante si era fatto avanti Zhélet, una delle menti più brillanti del Dipartimento.
Mentre entrava nell’aula ECO1717 avvertì come un’ombra di sfiducia lampeggiare dentro di lui. Sullo schermo, oltre la testa dei commissari, era riprodotto l’incubo dei suoi ultimi giorni, il rompicapo spaziale: «Con la cintura salvaguardate vita e patente».
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«La fiamma della conoscenza brucia a volte in modo imprevedibile» esordì Zhélet con teatralità, per imbalsamare subito l’attenzione della commissione.
«Mentre avevo la mente concentrata su quelle linee e andavo dal dettaglio alla complessità e dalla complessità al dettaglio mi sono reso conto che la soluzione poteva venire solo guardando oltre. Sono così giunto alla tesi che la nostra misteriosa iscrizione altro non fosse che un importante comandamento religioso.
«È molto probabile infatti – riprese Zhélet dopo una lunga pausa per sondare lo sguardo degli esaminatori – che “con la cintura” significasse “fare cintura”, fosse ovvero un modo rituale e periodico con cui degli esseri, sicuramente intelligenti, si riunivano nei loro spostamenti, si mettevano in viaggio insieme compatti, cinturati, cioè annodati spazialmente e spiritualmente, tutti in fila (credo in file lunghe anche molte delle nostre devir), in una specie di processione d’intenti. Questo era, per me, il loro modo di pregare, che si snodava lungo idonei, prefissati tracciati, in una devozione collettiva alla “vita”. Vita che del resto non poteva che essere il loro stesso sole, fonte e garanzia della loro esistenza».
L’occulto gioco era svelato, Zhélet sentiva d’aver catturato il consenso generale, sentiva che stava imponendo la sua maestria.
«Con la cintura era dunque l’invito, l’ordine – riprese – a confermare, esaltare il rapporto con il divino: più la cintura era lunga, più ammassato era l’intreccio fisico spirituale del loro mettersi in movimento, più caldo era il sole, più la cerimonia toccava il culmine della venerazione. Quanto a “patente” è logico supporre che fosse qualcosa di molto prezioso. E ritengo fosse la premessa stessa del poter “fare cintura”».
«Senza patente – concluse Zhélet guardando con piacere le teste annuenti dei commissari – veniva a mancare la condizione stessa del poter partecipare alle estasi delle orazioni di massa. Questo spiegherebbe anche perché “vita” e “patente” nel testo sono accostate e consequenziali».
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Quando Zhélet aveva concluso il suo sforzo ermeneutico tra il plauso dei presenti, ECO1717 avvertì il ritmo del suo respiro farsi sempre più avaro e immaginò la sua vanità che lo gonfiava, lo gonfiava fino a farlo esplodere tra lo scherno generale.
Non solo la tesi del suo avversario era molto coerente, andava pure nella direzione opposta a ciò che lui aveva tanto faticosamente dedotto. E poi c’era quell’aria di mal celata ostilità che avvertiva tra i commissari. Un UX che osava puntare ad una cattedra della Società di Studi Supremi...
Ma non poteva certo tirarsi indietro: aprì e sfruttò l’ultima riserva di coraggio di cui disponeva e iniziò a parlare.
«Al contrario del mio esimio collega...- disse, pentendosi subito di quel termine “collega” che poteva alienargli le poche briciole di simpatia nei suoi confronti – la mia ipotesi è che gli esseri di quel pianeta non fossero troppo evoluti. E suppongo che “cintura” fosse qualcosa..., cioè avesse un compito simile a quello delle linee di forza che proteggono i nostri astronauti nei momenti critici della navigazione».
Fece una breve pausa imposta più che altro dagli sguardi perplessi dei commissari, e continuò: «In una civiltà primitiva, con mezzi di trasporto arcaici, addirittura su ruote, in spazi penso molto ristretti, con stili di guida rozzi, primordiali, poco abili, gli incidenti dovevano essere molto frequenti. Ecco la necessità della cintura: contenere le conseguenze degli impatti, conservare la vita».
«Vita che non era, credo – riprese abbassando la voce – il sole. Ma semplicemente la possibilità di continuare ad esistere. Ora non so dire se “con la cintura” fosse un suggerimento o un obbligo, ma che questa forma di protezione fosse indicata è la prova di quanto precaria fragile incerta fosse l’esistenza di quegli esseri in movimento. E aggiungo che “patente” forse altro non era che un’altra forma di tutela, come la cintura stessa, per rendere meno aleatorie quelle ancestrali forme di spostamento. Ma su questo punto – concluse quasi con un filo di voce – devo ammettere d’avere meno certezze».
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Nella lunga notte insonne ECO1717 non era riuscito a diluire neppure un poco il bruciore della sconfitta. In un angolo del suo tormento era rimasta intatta la convinzione che l’analisi dell’oggetto spaziale era giusta, corretta. Ma tutto ciò non lo consolava. Quell’osso di seppia, pieno di segni scoloriti e informi, portato dall’onda di riflusso dell’oceano cosmico sull’orlo del suo destino, il destino doveva cambiarlo, dargli qualche goccia di felicità... E non l’aveva fatto...
Non poteva, non riusciva a frenare la sua inquietudine. Stava per accendere lo spettrometro per misurare il suo disagio quando suonarono alla porta. Erano gli ispettori del laboratorio. «Abbiamo l’ordine di rientro» disse il loro capo, imperturbabile. Allora l’UX capì che quel frenetico avvitarsi su un’idea fissa era stato veramente pericoloso. Troppo pericoloso.

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