VOTO DI SFIDUCIA

Nel linguaggio politico, parlare di un «bilancio magro» equivale a dare un giudizio negativo. Luca Cordero di Montezemolo aveva atteso a lungo l'avvento del governo Prodi. Apparteneva, almeno fino a ieri, alla vecchia scuola secondo cui la sinistra al potere è capace di contenere i sindacati, di aprire il mercato, di dare brio all'economia. Era stato avvisato, se non altro a Vicenza, che il teorema non valeva più e che soprattutto non poteva valere per l'Unione di Romano Prodi, appesantita dalla zavorra di una gauche che non si tira mai indietro e che è prigioniera dello sventurato slogan secondo il quale sopra di tutto c'è la discontinuità con Berlusconi. Non ci aveva fatto caso e aveva pensato che l'impegno a ridurre il cuneo fiscale era una prova di buona fede. E aveva continuato a credere nello slogan, coniato in campagna elettorale da Piero Fassino, quello secondo il quale «domani è un altro giorno»: il giorno della riduzione fiscale per le imprese, il giorno dell'avvio di opere ferme, come la Tav, per l'azione di contrasto ambientalista, il giorno di una fortunata concertazione fra le parti sociali all'insegna delle liberalizzazioni e delle riforme. Ora, ad appena due mesi dal cambio della guardia a Palazzo Chigi, si è accorto che qualcosa non va, che l'Italia non assomiglia neppur vagamente alla Germania di Schröder, il cancelliere che seppe rompere con gli antagonisti che aveva in casa, e nemmeno alla Spagna di Zapatero, il quale si è ben guardato - nelle scelte economiche - di rompere con le politiche di Aznar.
Si è accorto che queste settimane sono state smunte e macilente. Che per far passare un pugno di provvedimenti l'esecutivo ha dovuto far ricorso al voto di fiducia. Che non si è messo mano ai tagli della spesa pubblica, che anzi si è subito ceduto al riflesso condizionato di ricorrere all'aumento della pressione fiscale per pagare gli sforamenti della Sanità, che le promesse ricevute sono avvolte dalle nebbie nelle quali si prepara la Finanziaria più incerta degli ultimi anni. Ha capito che non esiste la grande alleanza prospettata, che avrebbe dovuto far fare un salto alla modernizzazione del Paese, cioè l'alleanza fra l'industria e la sinistra. Quelle forze dell'Unione, che l'avevano promessa e che vi avevano lavorato per preparare l'alternativa alla Casa delle libertà, appaiono minoranze in una coalizione preoccupata essenzialmente di ascoltare i sindacati e le lobbies sociali che garantiscono lo zoccolo duro elettorale.
Quanto meno, Montezemolo se ne è accorto rapidamente, anche se ha preferito affidare la sua critica ad un quotidiano americano, lontano dal chiacchiericcio di casa nostra. Forse l'intento è quello di sfumare un po' il messaggio. Ma resta la sostanza politica: ci dice che il centrosinistra, dopo appena due mesi di governo, ha visto smentita la sua ambizione - lo slogan è di Prodi in persona - di unire l'Italia e di costruire un nuovo blocco di potere, capace di tenere insieme Confindustria e sindacati, no-Tav e sì-Tav, riformisti e conservatori, giustizialisti e difensori del diritto, oltranzisti dello statalismo e partigiani della flessibilità e del mercato. E così via, procedendo per ossimori.
È giusto chiedersi a cosa porterà questa critica affidata al Wall Street Journal. Forse se ne vedrà qualche effetto sulla politica economica, nel conto alla rovescia per la Finanziaria, a cui si tende a guardare, anche nel centrosinistra, come una data di scadenza dell'Unione. Ma il primo risultato, non so se al di là delle intenzioni del leader degli industriali, è quello di mostrare un governo sempre più indebolito, appunto magro, smunto, macilento. E sempre meno credibile.

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