Zaia: «Nomi delle vie in italiano e dialetto»

Il ministro delle Politiche agricole Luca Zaia (nella foto) rilancia. E dopo fiction e Rai dialettale, dalle colonne dell’«Unità», lancia una nuova proposta-provocazione: pure toponomastica e nomi dei prodotti ortofrutticoli in dialetto. L’articolo è una replica a un intervento sul quotidiano di Gramsci del professor Alberto Asor Rosa. «Se rendessimo possibile la toponomastica – scrive il ministro Zaia – sia in italiano che nelle lingue materne qualcuno ci potrebbe rimettere? L’unità nazionale sarebbe messa in pericolo? Il capo dello Stato dovrebbe ordinare ai Carabinieri di sciogliere plotoni di irredentisti padani? Crede forse che i cavalli delle camicie verdi andrebbero ad abbeverarsi al Fontanone?». Zaia va oltre: «Oppure - aggiunge - se usassimo per i prodotti locali sia l’appellativo in italiano che quello originario: “Radicio trevisan” accanto a “Radicchio di Treviso” o “Pomodoro Pachino” accanto a “Pumaruoru ri Pachinu”, faremmo un’operazione saggia di custodia della tradizione, dell’orgoglio dei territori e delle culture locali o crede che comprometteremmo l’unitarietà dello Stato e della Nazione?». Per Zaia, «le lingue materne non sono, e non possono essere, antagoniste dell’italiano. Non ho mai sostenuto questa contrapposizione. Sostengo, piuttosto un altro punto di vista: l’artigiano napoletano che lavora il corallo e vende i suoi manufatti in Thailandia né deve perdere la sua lingua materna, né deve vergognarsene. In questo le istituzioni lo devono aiutare, a partire dalla scuola, ricominciando a studiare le tradizioni e le lingue dei propri territori: una questione che riguarda il Nord come il Sud».

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