Abbiamo capito il valore di ciò che si è perso

Bisogna intendersi sul significato delle parole. Se l'ottimismo è quello che dice "andrà tutto bene" io sono un pessimista accanito

Bisogna intendersi sul significato delle parole. Se l'ottimismo è quello che dice «andrà tutto bene» io sono un pessimista accanito, anche perché era evidente fin dal primo lockdown che non sarebbe andata affatto bene. Come è andata, come sta andando è sotto gli occhi di tutti. Settantaduemila morti (finora), una generazione cancellata con tutta la sua memoria, più di trecentomila piccole e medie imprese costrette a chiudere. Il lavoro umiliato, soprattutto quello giovanile. Giovani e anziani sotto il segno di un comune disprezzo. Scuole chiuse più che in ogni altro Paese. Biblioteche, musei, teatri, cinema chiusi. E tanti errori: di calcolo, di valutazione, errori dovuti a stupidità, altri dovuti a malafede, una classe politica - tutta, tutta! - non all'altezza sia dal punto di vista decisionale che da quello, fondamentale, della capacità di trasmettere energia e valori ai cittadini. E così via. Io però ho sempre odiato l'equazione secondo cui ottimismo uguale stupidità, pessimismo uguale intelligenza. E soprattutto mi rifiuto di pensare che le cose accadano per niente, a meno che non ci sia di mezzo la nostra malafede. La nostra vita non migliorerà certo da sola, ma nemmeno peggiorerà da sola: ci vuole il nostro concorso, nell'una come nell'altra soluzione. Se una valanga distrugge la mia casa e mi priva del mio lavoro, sta a me decidere se la frase «Ho lavorato per niente» sia o meno quella che descrive in modo esaustivo la mia esperienza di vita e di lavoro. Davvero ho lavorato per niente? Davvero ho costruito invano? Se è così, infatti, vuol dire che anche prima del disastro io lavoravo «per niente», che cioè un vero scopo nella vita non c'era, se non quello - banale - di mandare avanti le cose, di mettere un soldo dietro l'altro, un giorno dietro l'altro, farsi una casa, sistemare i figli e perpetuare in un modo o nell'altro la catena, abbastanza insensata, delle generazioni. La Bibbia insiste molto su questo punto. Il racconto di Giobbe ci presenta il problema in tutta la sua drammaticità - perché dare un senso a quello che facciamo e a quello che la vita fa a noi (compresi tracolli e dolori vari) è davvero drammatico. Un salmo, il 127, dice che «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affannano i suoi costruttori». Cosa hanno da dire queste parole a noi uomini moderni, laicizzati e scettici? Una cosa di sicuro: che da tutto c'è qualcosa da imparare, perché in tutto quello che facciamo c'è una parte che ci rimane oscura, ed è la più preziosa, il cui valore si svela spesso quando la perdiamo. Possiamo perdere molto, anche tutto, ma perdere o trattenere il valore dipende solo da noi. Io non sono ottimista, non penso che andrà tutto bene. Penso però che noi siamo qualcosa di più di quello che facciamo, dei nostri successi e anche dei rovesci che si possono abbattere su di noi. E credo, nell'ora del dolore, che questo «di più» sia ciò su cui conviene scommettere.

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