Addio Gazzaniga, il nemico dei gufi

Pisquani, mandolinari e gufi: potete finalmente respirare. Il grande fustigatore di queste tre categorie, Gian Maria Gazzaniga, lombardo doc come amava presentarsi, ha riposto ieri a 82 anni il suo scudiscio e ha smesso di prenderli in giro. Erano i bersagli preferiti delle sue intemerate giornalistiche sia che si discutesse di Nazionale o di Inter e Milan. Prendeva spunto, Gian Maria, da una disputa calcistica o da un dibattito televisivo per segnalare, con quella espressione, i vizi capitali del giornalismo sportivo. I pisquani diventavano maledetti quando gli giravano i "cordani", ma era più un vezzo che un insulto gratuito. Spesso rifuggiva dall'aggettivo ruffiano a meno che si trattasse del suo adorato Giovannino Trapattoni, esponente di spicco del calcio all'italiana che era la sua unica, vera, grande religione.
Allo sport de il Giornale, Gian Maria Gazzaniga arrivò a metà degli anni Novanta, scelto dal direttore Vittorio Feltri per lucidare una firma storica del giornalismo sportivo. Gian Maria s'era preparato nella palestra di Tuttosport, prima di sbarcare sull'ammiraglia de il Giorno dove divenne la firma più prestigiosa a seguito della partenza di Gianni Brera del quale risultò fiero oppositore interno. E delle discussioni in redazione si custodiscono innumerevoli episodi.
Il pagellone del lunedì era il suo appuntamento preferito, preparato con cura, dettato a sera inoltrata (già perchè si divertiva a scrivere appunti su fogli bianchi enormi e a misurarsi in duelli rusticani con gli stenografi che non riuscivano a stargli dietro o che poco capivano le sue allegorie, dal settimo cavalleggeri, che stava per attacchi spericolati, alle Termopili). Assegnava voti dallo 0 al 22, ai giocatori o ai mandolinari, l'italica gente, un po' superficiale e cialtrona. Amava denunciare i gufi: riusciva a snidarli ovunque, in tribuna stampa e nelle trasmissioni televisive. Coglieva strafalcioni, contraddizioni, pronostici farlocchi e ne dava conto ai lettori. Seguì Feltri a Libero prima di arrendersi a uno sgambetto del destino, una caduta sciagurata che lo costrinse qualche tempo fa all'immobilismo assoluto. «Strapazzate i tromboni della tv, raccontano un calcio che non esiste» continuò a ripetermi in una accorata telefonata qualche tempo fa.
In trasferta era uno spasso unico. Osava chiedere alla reception di un improbabile albergo di Sibiu (Romania di Ceausescu) l'imperial room, oppure pretendere sette cuscini da un hotel del New Jersey, ai mondiali del '94: non aveva smesso mai di considerarsi esponente di una generazione di cronisti che girava il mondo per raccontare non una semplice partita ma le emozioni che suscitava. Perciò i pisquani e i mandolinari oltre che i gufi finiranno col rimpiangerlo.

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