Addio a Giorgio Soavi, un dandy a regola d’arte

Era della pattuglia di giornalisti e scrittori che nel 1974 abbandonarono il Corriere della Sera per seguire Indro Montanelli nell’avventurosa testata apparsa il 24 giugno 1974. Titolo di allora, Il Giornale nuovo. Un’amicizia antica, quella di Giorgio Soavi con Montanelli, nata in un incontro un po’ burrascoso alla fine degli anni Cinquanta nella celebre trattoria milanese Bagutta e cresciuta sulla terza pagina del quotidiano, quando «la terza» era una galleria di grandi firme.
Proveniente dalla scuderia intellettuale di Adriano Olivetti, scrittore ma anche poeta e grande intenditore d’arte, Soavi era l’opposto di Montanelli. Era un dandy raffinato e svagato dagli occhi celesti, dotato di una scrittura levigata, elegante e «leggera», agli antipodi dalla toscanità corrosiva di Indro. Per Montanelli - è il parere di Mario Cervi che ha ben conosciuto entrambi - Soavi era catalogato nella categoria che lui chiamava «cipria», definizione molto montanelliana e perfida, in realtà non riduttiva e tantomeno negativa.
Cervi lo ha ricordato nella recensione a uno degli ultimi libri di Soavi, dedicato al suo mitico direttore (Indro. Due complici che si sono divertiti a vivere e a scrivere, Longanesi 2002) in cui ha rievocato le affettuose insolenze scambiate con Indro «sempre in bilico fra serietà e ingiuria». Una giostra di scherzi feroci, raffinate cattiverie, divertite perfidie che si possono comprendere solo se inquadrate in quel particolare ambiente allegramente snob, di teste geniali e talvolta sregolate, che formarono il primo nucleo del Giornale. Nome, peraltro, inventato proprio da Soavi, dopo avere riso in faccia a Montanelli che voleva chiamarlo La Posta.
Ma lo svagato scrittore che portava sempre una sciarpa bianca al collo, aveva in realtà alle spalle un curriculum di tutta solidità. È ben vero che aveva esordito come cantante nella Roma del primo dopoguerra quando aveva solo 22 anni, ma negli anni Settanta, chiamato a Ivrea da Olivetti, per occuparsi dell’immagine dell’impresa, fu colui che realizzò per il singolare imprenditore (a cui dedicò nel 2001 il libro Olivetti. Una sorpresa italiana, Rizzoli) una straordinaria collezione di opere d’arte appositamente commissionate. Sutherland, Delvaux, Maccari, Mattioli, Gentilini, Ferroni, Morlotti, Cassinari, Viviani: oltre seicento opere tutte pubblicate sui libri di narrativa e sulle agende da tavolo Olivetti.
Per gli artisti contemporanei Soavi aveva una grande passione e un fiuto straordinario. Era affascinato dal tenebroso Francis Bacon di cui teneva in camera da letto un inquietante disegno, come era stato amico e profondo conoscitore di Alberto Giacometti per il quale scrisse Alberto Giacometti. Il sogno di una testa, catalogo per la mostra milanese del 2000. E amico e conoscitore era stato di Balthus con il quale aveva condiviso lunghi soggiorni nello chalet di Montreux (Con Balthus, Skira 2001).
La critica d’arte (ma una critica particolare e molto «narrativa») occupò soprattutto gli ultimi anni.

Prima erano apparsi romanzi (Un banco di nebbia, Einaudi 1955; Il Conte, Longanesi, finalista al Campiello nel 1983; Lettere d’amore sulla bellezza, Longanesi 1996, scritto a quattro mani con Vittorio Gassman) e poesie: La moglie che dorme (Mondadori 1963), Poesie per noi due (Longanesi 1972), Che amore è (Garzanti 1988).
Ha trasmesso la sua sensibilità «visiva» ai figli avuti da Lidia Olivetti: Albertina, esperta d’arte e restauratrice, e Michele, regista.

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