Adesso anche la sinistra si fa un po’ schifo

È l’estate delle ambulanze democratiche, e il vero problema è che questi qui ci rubano il mestiere. Vorresti provare a scrivere un articolo, giustamente critico sulla sinistra e sulla sua vacanza dalla politica – in un giorno di agosto - e loro arrivano prima di te, implacabili, a sparare contro la croce rossa. Loro, cioè loro stessi: la sinistra che fa le bucce alla sinistra. Vorresti provare a prendere penna per raccontare un disagio, ed ecco che su l’Altro – il suo giornale - ti salta fuori un Piero Sansonetti, spietato e feroce come non mai, con il classico attacco da sinistra, una intera paginata: «Sinistra, fai un po’ schifo anche tu» (letterale). E mica è uno scherzo, segue pure una spiegazione: «Quelli fanno una strage. Incriminano le vittime. Giocano a rimbalzare i migranti. E noi? Il Pd, Sinistra e libertà Rifondazione e Manifesto? Ci voltiamo dall’altra parte».
Bene, d’accordo, ma poi uno dice: se questi scrivono così di se stessi, noi – un sano giornale di centrodestra, anche piacevolmente ribaldo - che cavolo ci stiamo a fare? Finiremo per restare disoccupati. Poi però provi a consolarti e dici: c’è ancora molto da scrivere. C’è ancora da scavare, da destra, sulla perdita di lucidità dei riformisti. Vorresti provare a prendere penna per raccontare questo paradosso di nonsense politico, l’ennesimo riciucciare stanco dell’antiberlusconismo crepuscolare (quello a luci rosse, per intenderci) e invece apri Il Riformista e scopri che è già tutto fatto, anche lì ci fregano il pane di bocca. Nicola Rossi, un ex consigliere di D’Alema, uno dei padri del Pd si mette a trapanare, spietato come un Black & Decker la sua parte: «Per questa Sinistra nessuna speranza: abbiamo sbagliato». O mamma. Dici: troppo assertivo. Macché, anche qui segue spiegazione, lucida e persuasiva: «Una sinistra liberale da noi – dice l’economista più brillante del centrosinistra - è impossibile. Per anni abbiamo infastidito il nostro elettorato. Ora la domanda – conclude Rossi – è: dove andrà chi come me ha creduto in tutto questo?».
Vorremmo quasi dargli asilo, noi, qui, sulle colonne di questo giornale, come abbiamo sempre fatto con i ribelli non ortodossi. Ma ci ha già pensato Polito, e ci ruba il pane pure lui. Così, ancora una volta, e sempre più faticosamente, ci ricordiamo che dovevamo fare altro, dovevamo prendere penna – in modo asciutto e senza cattiverie inutili – per raccontare un disagio. È vero che piovono già critiche alla sinistra da sinistra, è vero che piovono critiche alla sinistra da destra, ma c’è ancora qualcosa da dire sul piano delle idee, della Caporetto culturale dei sindaci che criticano la Lega e ne subiscono l’egemonia culturale, su quelli che gridano alla destra liberticida, e poi si mettono a vergare delle draconiane ordinanze anti-zoccolo. Eravamo già ispirati, e pronti a scrivere qualcosa (di critico, certo, ma anche costruttivo) quando abbiamo aperto La Stampa. A questo punto lo sconforto è stato inconsolabile. Dalle colonne del quotidiano torinese, infatti, un intellettuale blasonato come Giuseppe Vacca, uno che certo non puoi tacciare di simpatizzare per il Carroccio, puntava severissimo il suo indice accusatorio: «La rinascita del Pd deve ricominciare da Gramsci. L'unico erede del suo modello di partito oggi è la Lega». Addirittura, nientemeno che il pensatore sardo, arruolato come maître à penser del Carroccio. E noi cosa ci stiamo a fare? Noi che ci inventiamo? Restava un’unica possibilità. Focalizzare l’analisi critica sulla crisi della classe dirigente e del suo personale politico. Solo che mancava ancora un giornale, alla rassegna stampa: il Quotidiano nazionale. E su quel giornale, la spietata campagna contro la sinistra trovava ieri un altro sostegno nel più perfido Candide, Walter Veltroni: «Non tutto il male è colpa di Berlusconi – attaccava l’ex leader del Pd – ho subito con grande dolore la trasformazione dell’antiberlusconismo in ideologia».
A questo punto potresti andare a spulciarti l’archivio del 25 ottobre scorso, e provare a ricordare che era proprio il giovane Walter, a dire che il Cavaliere era roba sudamericana. Ma non ne vale la pena, poveretto, non siamo mica così infami, noi. Se persino i leader sparano sui loro eserciti, è chiaro che poi agli altri resta solo da far la guardia al bidone dell’antiberlusconismo obsoleto. Ecco perché il povero Lino Paganelli piccona la festa de l’Unità con la battuta sui festini, e il povero Franceschini si arrampica sugli specchi.
Morale della favola. Avremmo voluto prendere penna per spiegarvi quanto è inutile questa sinistra senza idee di inizio secolo: ma lo fanno già loro con più cattiveria, più ironia, più spietatezza. A noi non resta altro che dirvi, che gli ultimi giapponesi, quelli che si ostinano a parlare delle escort e a darci dei razzisti sono proprio i più pirla. Ma allora vuol dire che le ambulanze sono finite, che è rimasto solo il furgoncino del 118, e che questi tapini li possiamo pure risparmiare. Sono svitati e ossessivi, certo. Ma, dopotutto, proprio per questo, del tutto innocui.

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