Afghanistan, due soldati Usa uccisi per il rogo del CoranoObama chiede scusa a Karzai

Non si placano le violenze dopo la profanazione del testo sacro in una base statunitense. Il presidente americano scrive a Kabul

C’era già stato il caso dello scrittore anglo-indiano Salman Rushdie, anni fa, con i suoi «Versetti satanici» e il seguito di robusti grattacapi che gliene erano derivati, con la fatwa e tutto il resto; e a seguire quello non meno increscioso delle vignette su Maometto pubblicate da un ebdomadario non so più se norvegese o danese (e comunque riprese e ripubblicate, per spavalderia e maldestro gusto della sfida, da altri giornali scandinavi). E dunque non ci voleva uno scienziato per sapere quanto sensibili, sulle questioni che riguardano il Profeta e la Sua Parola (sì, questa profluvie di maiuscole sono dettate da prudenza) sono i musulmani. E quanto più ignoranti e codini, tanto più efferati con i trasgressori e gli «infedeli».

Sicché non stupisce che stia virando nel sangue, con due soldati americani uccisi a bruciapelo, nell’est del Paese, la vicenda dei Corani bruciati nei giorni scorsi da un demente nella base americana di Baghram. A uccidere i due militari Usa è stato un soldato afghano, sentitosi evidentemente investito del dovere di lavare col sangue l’onta dei corani inceneriti nel corso di quella che, nelle intenzioni - ed è il colmo dei colmi - sembra sia stata una normale operazione di pulizia di un ripostiglio.

Siamo al terzo giorno di proteste, ma la furia sembra lontana dal placarsi. E anche qui non serve lo scienziato evocato prima per capire che la vicenda dei Corani bruciati è un pretesto. Un pretesto ottimo, come lo erano le vignette o i versetti di Rushdie, dietro il quale si nasconde la crescente insofferenza di una popolazione (anche quella più moderata, vicina al presidente Karzai) nei confronti di quelle che non solo i talebani avvertono come «forze di invasione straniere». Certo non erano tutti talebani, o filo-talebani, le migliaia di persone che sono scese in piazza ieri per protestare contro gli «invasori». Così come è certo che la vicenda dei Corani bruciati (in numero di 4, per la precisione) si è posata come il cacio sui maccheroni -se si può dire- sulle sorti di una «resistenza» che nel sentire popolare cominciava a somigliare a una sorta di sfasato, sterile ululato alla luna.

Sicché a contare i morti che la furia popolare ha provocato, ieri sera si era arrivati a 8, che sommati a quelli dei giorni scorsi fan 12. Un po’ troppi, in effetti, e poiché pare imprudente pensare che l’ondata di sdegno antiamericana (essenzialmente, anche se poi ad andarci di mezzo ci sono tutte le forze del contingente, noi compresi) possa placarsi facilmente, il presidente Obama ha preso carta e penna e ha mandato una lettera ufficiale di scuse al suo collega Karzai.

Più forti le proteste sono a Jalalabad e a Kabul, dove una palazzina del «Villaggio verde», in cui vivono e lavorano circa 1500 contractors stranieri è stata attaccata e data alle fiamme. Per precauzione, anche l’ambasciata americana ha chiuso temporaneamente i battenti, e invitato i propri dipendenti all’esterno perché si mettano «al sicuro».

Insomma: una brutta storia. Per uscire dalla quale bisognerà tornare a piegare il groppone chiedendo scusa e ancora scusa, magari individuando e punendo in modo esemplare -nei limiti, si capisce- il cretino che non avendo mai sentito parlare dei martiri di Cordova (Eulogio, Sancho, Rodrigo e Salomone, che al tempo di Abd al-Rahman II vennero messi a morte per aver vilipeso il Corano) aveva pensato che in fondo un Corano, soprattutto se sciupato, non è altro che un mucchio di pagine stampate tenute insieme da un po’ di colla.