Aggressione ai gay, il bruto va in cella. Dopo 4 giorni

RomaAnche stavolta, mentre andava incontro a una sorte su mandato altrui, «Svastichella» ha dimostrato la boria di sempre. «Vi stavo aspettando», ha detto per canzonare gli agenti che, ieri, sono andati a prenderlo nella sua abitazione al Laurentino 38, uno dei tanti cancri di cemento abusivo che resistono nella capitale. Li stava aspettando affacciato alla finestra, sfidando il caldo da ore, perché il suo arresto era un fatto annunciato, un provvedimento con la miccia innescata, un destino che attendeva soltanto la ratifica della procura e l’ordinanza del gip. Lui, Alessandro Sardelli, 40 anni, è il pregiudicato che sabato mattina, prima dell’alba, ha aggredito due giovani omosessuali vicino al «Gay village». Bottigliate e coltellate davanti a un chiosco di panini, ferite e insulti per colpa di un bacio. Almeno in cinque lo hanno riconosciuto, di quel camion bar era un cliente abituale: la squadra mobile ci ha messo un paio d’ore per beccarlo a casa sua, buttarlo giù dal letto seguendo un percorso che conosceva a memoria. Niente manette però, l’uomo è stato inizialmente denunciato in stato di libertà d’intesa con l’autorità giudiziaria, visto che non c’era pericolo di fuga.
Alemanno si è infuriato, ha definito «inaccettabile», figlia di un «mero cavillo procedurale» la decisione della procura. Che ha risposto, e pure abbastanza impermalosita, usando come paravento «le regole dettate dal codice». Un modo un po’ grottesco per dire che la flessibilità non abita da quelle parti, che le circostanze si valutano secondo i commi, punto e basta. Intorno, intanto, si è scatenato il putiferio: il sindaco è intervenuto di nuovo, ribadendo il suo dissenso, facendo capire che non avrebbe addolcito i toni, che non si sarebbe sognato di ritrattare; le organizzazioni omosessuali e la sinistra, per una volta miracolosamente d’accordo con lui, hanno preteso la testa di Sardelli su un piatto d’argento, e pure in fretta. Così, a furor di popolo, lunedì è stata inoltrata la richiesta di fermo e ieri il gip Renato Laviola ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Esito ovvio eppur faticoso, ma dalla motivazione esemplare: «Sussiste la possibilità e vi è il concreto pericolo che l’indagato possa commettere reati della medesima fattispecie». Evidentemente prima non era così: «Svastichella» non era «socialmente pericoloso», non avrebbe fatto male a una mosca dell’altra sponda. Settantadue ore dopo era diventato un pericoloso criminale con l’odio a molla, pronto a scattare da un momento all’altro. «Quattro giorni di libertà per questa persona sono troppi», ha sbottato il primo cittadino. «Andava arrestato subito - ha aggiunto - mi auguro che in futuro non si debba aspettare».
Dino, il 28enne marchigiano accoltellato all’addome e ricoverato al Sant’Eugenio è stato operato e potrebbe essere dimesso nel giro di dieci giorni. Si dice più sereno, sa che chi l’ha ridotto in quel modo almeno per il momento non può rifarlo. Il compagno, Giuseppe, che se l’è cavata con qualche punto di sutura in testa, l’ha presa decisamente male e ha comunicato che vuole rinunciare alla cittadinanza italiana. Si farà bastare e avanzare quella spagnola, non si sente al sicuro né all’ombra dei sette colli né al sole del Bel Paese.
Sardelli, per tutti Sandro «Svastichella», ha potuto invece godersi la sua impunità con la data di scadenza, la sua libertà con il conto alla rovescia. Non certo un fatto nuovo per un uomo abituato a entrare e uscire di galera, giostrandosi tra furti in appartamento, spaccio di droga e aggressioni. «Non possono farmi niente - avrebbe detto - già so che il giorno dopo sono di nuovo fuori, perché è stato accertato che sono matto, ho pure il certificato». Ma stavolta c’è un elemento in più: ci ha addirittura preso gusto, visto che la procura gli ha lasciato addosso per un po’ il vestito di giustiziere, di vendicatore notturno. Tenuto costantemente sotto controllo da una volante, si è divertito ogni mattina a salutare gli agenti, a dire «guardatemi, non scappo mica». Tanta clemenza, forse, non se la immaginava nemmeno lui.

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