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Jonah Lomu, se il paradiso è la meta

La leggenda degli All Blacks ha riscritto le regole del gioco, lottando a lungo contro un avversario terribile

Lomu vola verso la meta
Lomu vola verso la meta

Giugno in Sudafrica è un posto interessante a patto che sia il 1995 e che tu stringa in tasca il biglietto per entrare allo stadio. Che poi sarebbe il Newlands di Città del Capo e, dentro, ci si giocherebbe Inghilterra - Nuova Zelanda. Praticamente il piatto forte dei mondiali di rugby. Ansia che si arrampica lungo la schiena, ma per lavorarsi quella di Jonah Lomu - che saltella allegro nel tunnel - ci mette una vita e allora desiste. Comprensibile quando devi vedertela con un gigante di 196 centimetri per 120kg di peso. Jonah ha soltanto vent’anni, ma drena la pressione non appena si cala nel suk di schiene e muscoli in mezzo al campo.

Il fatto che sia un’ala scompiglia la sfida. Perché possiede un fisico monumentale, ma è pure velocissimo. In più pare avere un conto aperto con la sorte. Vero: ha due aliscafi al posto delle gambe, braccia da camionista ed un torace che pompa tonnellate d’ossigeno. Questi orpelli però sono il mezzo. Le propaggini di un incendio che lo consuma interiormente, premendo per divampare all’esterno,

Perché Siona Tali, per tutti Jonah appunto, è venuto su a Mangere. Uno dei quartieri più intricati di Auckland. Salotto cattivo di gang che si aggiustano la coperta della vita a colpi di pistola e zaffate di soprusi. Ci perde uno zio ed un cugino, in questa giungla d’asfalto. Potrebbe finirci impastato pure lui, in questa fanghiglia avviluppante, se il rugby non lo issasse in salvo. La scaletta in realtà la lancia mamma: lo iscrive al Wesley College e, da lì in poi, la rabbia schiumosa che sorge dal malessere può riversarla sul campo.

Come oggi, che è il 28 giugno 1995. Gli inglesi non hanno idea di cosa li attenda. Lomu addenta la partita con una ferocia che ancora oggi sconvolge. Se spolveri i video sgranati su you tube, lo vedi chiaramente. Mette a segno quattro mete: al 3’, al 26’, al 42’ e al 71’. Sarebbe già una notizia chiassosa, ma sono le modalità - tribali - con cui Lomu raggiunge il risultato, a lasciare trasecolati. Forse la meta che più lascia atterriti è quella che lo vede frapporsi a Mike Catt. L’inglese gli si para davanti, sbarrando la strada. Lui lo intravede con la coda dell’occhio, ma non si scompone. Non cambia direzione. Non finge di essere qualcosa di diverso da se stesso. Non è una di quelle ali che sfrigolano elettriche scansando l’oppositore all’ultimo istante utile. Una sommatoria di negazioni che conducono verso un’unica risposta pensabile. Lui Mike Catt lo travolge. Finisce per calpestarlo. Affonda i denti nel succo irresistibile della meta.

Che per Lomu, in fondo, significa molto di più del semplice orgasmo sportivo. Quando si tuffa oltre quella linea sente che il riscatto è compiuto. Che ha combattuto la sfiga ed ha vinto. La meta è il paradiso che può prendersi in prestito ogni volta per grattare via quel che resta del fetore antecedente. Ne farà 37 in 63 partite con gli All Blacks. Quindici soltanto ai mondiali.

La vita però sa placcarti quando meno te lo aspetti. Un istante sei lì che corri come un treno, il minuto dopo ti ritrovi a faccia in giù nell’erba. Jonah srotola la lettera e legge due parole destinate a cambiare tutto per sempre: “disfunzione renale”. Una malattia che irrompe silenziosa e ghignante, minacciando di eroderlo gradualmente. Lomu però non depone le armi. Continua a combattere, convivendo con l’avversità che lo penalizza, ma ad un certo punto diventa chiaro che gli serve un trapianto. Potrebbe farlo in fretta, ma non intende passare davanti alla gente comune solo perché è famoso. La misura dell’uomo spesso non ha nulla a che fare con la stazza.

Lo otterrà nel 2004, dall’amico fraterno Grant Kereama. Ha già lasciato la nazionale ed è stato costretto a fermarsi. L’operazione allungherà la sua carriera per un po’, ma nel 2010 dovrà decidersi a dire basta. La resa definitiva giungerà invece in un triste giorno di novembre di cinque anni dopo. Quella malattia tenace contribuisce a frenare il suo cuore quando ha soltanto quarant’anni.

Una carriera ed una vita venute giù troppo svelte. Ma se riguardi quei frame sgranati, ti accorgi che forse il tempo non è mai passato. Il ricordo scuce sempre un sorriso: probabilmente la meta più importante di Lomu.

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