Avremo voluto ricominciare a scrivere di corse di cavalli, nel 2026, con notizie più rassicuranti e con un grande applauso al management pubblico e privato ma tutto ciò non ci è possibile. Abbiamo sempre cercato di minimizzare le brutte notizie, enfatizzando tutto ciò che era o sembrava bello e raccontando le corse in Italia e nel mondo, perché il nostro credo è far conoscere uno sport che è anche spettacolo, costume, tradizione e futuro. Adesso però siamo arrivati a un punto in cui non c’è più nulla da costruire, c’è solo una cronaca asettica da raccontare e tante macerie da portar via, lasciate sul campo da un sistema inadeguato che ha fatto della rendita garantita dallo Stato uno stile di vita. E se in economia anche le macerie possono trasformarsi in merce talvolta anche molta cara, una parte nel mondo dell’ippica ha sposato questa filosofia aggravando ancor di più lo stato dell’arte.
Le vicende dell’ippica italiana sono indissolubilmente legate all’economia del nostro Paese e ad un’espansione economica si è sempre registrata una crescita del comparto. Questo è accaduto fino alla fine del secolo scorso, poi un inesorabile declino ha colpito duro e tutt’ora si registrano cadute in controtendenza alla nostra economia. Chi attribuisce la responsabilità alle scommesse che sono migrate su altri sport si faccia uno studio accurato sulla materia e sull’evolversi della società, la responsabilità è ben altra.
Per ricordare i bei tempi che furono citerò solo alcuni campioni del nostro galoppo ed il cavallo trottatore più forte della storia. Tutto questo avveniva solamente una 30-40 anni fa, preistoria se si guardano gli eventi con gli occhi di un adolescente, ieri se si guarda con gli occhi di chi scrive e ha vissuto certe gesta in prima persona. Tony bin (1983) che vinceva l’Arc de Triomphe, Varenne (1995) che ha reso memorabile e leggendario il trotto italiano, Falbrav (1998) che dominava nel mondo, Elettrocotunist (2001) che ci regalava emozioni indimenticabili, sono solo alcuni super campioni che ci hanno fatto competere con i più forti. Ne ho citati quattro, tre cavalli purosangue ed il cavallo trottatore più forte della storia, ma potevano essere molti di più. Mi sono limitato alla creme de la creme della nostra ippica moderna, perché scomodare i Nostri Dei ormai è anacronistico e per certi versi un po’ patetico.
Sta di fatto che con la scomparsa del senatore a vita Giulio Andreotti l’ippica si è sciolta come neve al sole e la chiusura dell’ippodromo di Capannelle è la resa di un sistema. In tanti hanno gridato allo scandalo, molti adesso si stracciano le vesti ma la domanda è sempre la stessa: il Re era nudo ormai da trent’anni e solo adesso lo si vede tale? Il grido di un’ippica gravemente malata lo abbiamo lanciato dal primo giorno che abbiamo cominciato a scrivere e ad intervistare i protagonisti, si è sempre voluto vedere il bello dell’intervista e mai l’allarme che veniva lanciato. Orbene, adesso tutti hanno gli occhi aperti, sognare o raccontar la favola non è più concesso.
I giapponesi ci hanno copiato, hanno investito, comprato i migliori stalloni e le migliori fattrici e sono divenuti la prima potenza mondiale; la Francia ha riformato il comparto ed è la prima potenza europea ed alcuni nostri addetti ai lavori sono là, contenti di esserci. Forse sarebbe opportuno incominciare a copiare invece di far sempre i primi della classe. Perché il concetto è molto semplice, per primeggiare occorre essere preparati, applicarsi molto e produrre risultati di livello: tre baluardi che, osereri sottolineare, nessuno di chi ha tenuto il timone sino ad oggi ha dimostrato di possedere e sviluppare.
Aggiungo un ulteriore punto che a qualcuno sfugge: un’ippica che basa la propria esistenza sui soli finanziamenti pubblici è un’ippica perdente e destinata alla definitiva chiusura. Il Ministero abbia un ruolo superpartes, scelga l’istituto giuridico più idoneo per la gestione, controlli e faccia presto. Ascolti chi veramente ha a cuore il comparto e smetta di confrontarsi con chi ha desertificato un orto botanico.
Il nuovo calendario, dettato dalla necessità, provocherà ulteriori dissesti perché gli ippodromi chiamati a salvare il salvabile metteranno a dura prova i loro tracciati, i proprietari dovranno affrontare ulteriori spese e molti addetti ai lavori dovranno migrare per mantenere il loro onesto posto di lavoro.
Il comparto ha bisogno di persone qualificate, di una legislazione chiara, mutuata della legislazione europea e se il "modello Livorno" ha tracciato una linea
- giusta oppure no - che le decisioni vengano prese e che queste vengano rispettate ed eseguite in tempi certi e corrispondenti alle esigenze di chi tutti giorni deve mangiare, sia esso un cavallo oppure un essere umano.