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Sergei Bubka: saltare più in alto dei propri limiti

L’astista sovietico fu il primo ad infragere la muraglia dei 6 metri d’altezza: successivamente ingaggiò una strenua battaglia contro sé stesso

Sergei all'opera prima di un altro record
Sergei all'opera prima di un altro record

L’inverno a Luhansk è un tappeto di ghiaccio che indolenzisce i pensieri. Oggi è un pezzo d’Ucraina, ma nel 1963 si trattava ancora di Unione Sovietica. Chiaro che, se uno può scegliere, è preferibile soprassedere all’idea di praticare uno sport all’aperto. Molto meglio l’indoor - che non sarà comunque come ciondolare in una Spa, considerate le fessure che crivellano quei palazzoni uniformi – ma comunque smussa il gelo che tenta di abbordarti.

Sergei Bubka inizia ad impastarsi le mani in posti del genere quando ha soltanto nove anni, cioè nel 1972. Ha due occhi svelti, di un azzurro granulare. L’incarnato esprime un pallore alabastrino. È gracile, ma ha ricevuto in dote dal corredo genetico genitoriale leve lunghe ed elastiche. Serve qualche anno per comprendere che il salto con l’asta è la sua personalissima autostrada per un futuro radioso, capace di dissipare le la nube di povertà che grava su questi luoghi austeri.

La spinta decisiva giunge da Vitaly Petrov, l’allenatore che più di chiunque altro riuscirà a scorgerne le doti, restando al suo fianco per tutta la carriera. Vitaly non fa altro che agitare e stappare: la pozione che sgorga fuori è effervescente. Specie perché Sergei abbina ad un fisico che inizia ad affastellare muscoli guizzanti una dose di determinazione incontrastabile.

Appare per la prima volta sulla scena internazionale ad Helsinki, in occasione di un meeting. Salta 5 metri e 70 e, a soli vent’anni, sfoggia già un’attitudine ferale. A molti non sfugge un particolare che marcherà una differenza cruciale con gli avversari: Bubka sembra impugnare un’asta più spessa e robusta di quella dei suoi oppositori. Con un gingillo del genere lo spazio di manovra si comprime terribilmente e le spie luminose lampeggiano il rischio errore in sequenza. Quell’arnese pretende di essere domato ricorrendo ad un mix perfetto tra forza, abilità e talento.

Lui sa addomesticare anche i pessimisti. Si mormora, nell’ambiente, che il sogno dei 6 metri d’altezza sia destinato a rimanere tale. Il ragazzo li ascolta sbadigliando: a Parigi, il 13 luglio 1985, infrange l’ostacolo diventando il primo atleta nella storia dell’umanità a riuscirci. Da lì in poi sarà una corsa contro sé stesso. Perché Sergei sa che surclassare gli avversari è un’esperienza godibile, ma è altrettanto conscio del fatto che un atleta del suo lignaggio deve nutrirsi di sfide costanti.

Così l’obiettivo si sposta sempre un po' più in là, i centimetri si allungano, l’adrenalina festeggia nelle vene. Bubka sa anche un’altra cosa: che la Federazione Sovietica slaccia i cordoni della borsa quando uno dei suoi atleti la glorifica. Tra il 1984 e il 1988 migliora gradualmente il suo record, monetizzando quella spinta verso l’alto, quel duello infinito alla ricerca della migliore versione possibile di sé stesso.

Nel 1988, a Nizza, il suo corpo dinoccolato fluttua oltre un’asticella collocata a 6,06 metri d’altezza. Poco dopo ci sono le Olimpiadi di Seoul e tutti sono persuasi dal fatto che, a questo punto, riuscirà ad afferrare l’impensabile soglia dei 6 metri e 10 centimetri. Non ci riesce, ma vince comunque un oro.

L’impresa è solo rimandata: Sergei leviterà in aria oltre quella fatidica altura nel 1991, a San Sebastian, in Spagna. Un anno dopo le Olimpiadi di Barcellona gli infliggeranno una dilaniante delusione: nemmeno sul podio, per via di un calo di tensione. Umane fenditure sul dorso di un cyborg dell’atletica. Nel ’94, mentre alcuni menegrami hanno già sentenziato che la sua carriera sta per dissolversi lentamente, stabilisce un record ancora oggi intatto: vola a 6,14 metri gareggiando al Sestriere.

A fine carriera, guardandosi alle spalle, avrà messo via 35 record mondiali. La città di Donetsk gli dedica anche una statua. Sergei ne è orgoglioso, ma sa che il riconoscimento più grande è quello che si è conferito da solo. Diventare la migliore versione (sportiva) di sé stessi: in quanti possono dire altrettanto?

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