Alunni in mutande per punizione Il vero bullo è il prof

Lo smutandamento del colpevole è stato promosso da tecnica mediatica a metodo educativo. Si è così passati dall'interesse morboso delle cronache per le braghe dei più noti e potenti, ai due ragazzi della Scuola di formazione professionale di Alba Barolo, costretti dal direttore della stessa a rimanere per due ore nel suo ufficio con giù i pantaloni. Di fronte alla porta aperta: in modo da essere visti da chi passava nel corridoio.
È una strada senza sbocco: smettiamola di mettere gli italiani in mutande, o l'intero paese finirà nella stessa condizione, ipnotizzato da quest'immagine, più devastante che ridicola. Soprattutto se mascherata da nobili intenzioni: appunto l'educazione, o la punizione e correzione del colpevole. L'esporre al pubblico l'intimità delle persone, è infatti il contrario di un atto educativo; ma piuttosto un gesto di umiliazione profonda, per questo usato appunto dai «bulli» per affermare il proprio potere e avvilire i più deboli. Seguendo, in questo, la tradizione di violenza e annichilimento delle vittime che va dai regimi totalitari, alle bande criminali, alle efferatezze di gruppi militari fuori controllo. Non per nulla il sogno di trovarsi in mutande di fronte a persone vestite diventa spesso un vero e proprio incubo, e si presenta nei momenti di insicurezza, angoscia, perdita di autostima. Il fatto che proprio il direttore di una scuola ricorra a un gesto classico della tradizione della violenza, sottoponendovi due ragazzi che intendeva punire proprio perché avevano fatto la stessa cosa, calando in pantaloni a un compagno disabile, dimostra quanto la violenza verso la persona, verso l'altro, stia contagiando un po’ tutti, compresi quelli che dovrebbero denunciarla ed evitarla: insegnanti, e tutori dell'ordine e della legge compresi. Forse lo ha capito perfino questo preside di Alba, che dopo essere stato contagiato dal bullismo, si è autosospeso, con un gesto raro tra i giustizieri violenti.
Il fatto però rimane, e anche il fenomeno da cui nasce: la perdita sempre più frequente di uno sguardo umano verso gli altri, e la violenza come stile di azione e di relazione. L'altro è sempre più spesso visto come un oggetto: di rapina (come la donna di novant'anni scippata da due ragazzi nelle strade di un paese del sud, provocandone la caduta e la morte), di stupro, come le cronache quotidianamente raccontano, di killeraggio politico. L'altro, l'essere umano diventa solo uno strumento per realizzare i propri desideri, la propria violenza, le proprie ossessioni.; non è più «persona», quell'essere umano unico, irripetibile, che ci sta davanti per essere amato, educato, anche punito; certo non per distruggerlo, ma per farlo crescere, e star bene.
Quando ciò accade l'educazione finisce, e la scuola viene inghiottita dalla violenza. I ragazzi «bulli» ne sono gli attori più visibili e riconoscibili: il 45% di loro viene poi condannato per crimini diversi prima di compiere i 24 anni. Nel 77% delle scuole si verificano episodi di violenza verbale aperta, e nel 63% di esse vengono denunciate aggressioni fisiche. Come quel ragazzo marchiato a fuoco qualche giorno fa, all'Istituto Albe Steiner di Torino. Non è certo facile, per gli educatori, reggere anche psicologicamente di fronte a questa marea di violenza che ha origini molteplici: l'immigrazione disordinata e non governata, la distruzione delle culture tradizionali (contadina, operaia, piccolo borghese), con i loro valori e i loro sistemi di controllo. La rinuncia ad ogni sanzione è probabilmente ancora più devastante che la ricerca della punizione giusta. Tuttavia, come il buon padre, il buon insegnante deve sempre chiedersi: come sto guardando quell'altro, quel ragazzo arrogante? Come una persona, o come un oggetto del mio potere? Sto salvando la sua dignità, pur facendolo soffrire, o la sto ferendo, forse irreparabilmente? Nel frattempo, per evitare danni maggiori, sarà bene adottare una regola. I calzoni lasciamoli su. È meglio per tutti.
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