Amarcord «risorgimentale»

Rinchiusi nel carcere di Santo Stefano, Luigi Settembrini e Silvio Spaventa resistevano agli orrori dell’ergastolo scrivendo insieme, naturalmente a mano, una grammatica greca. Era la metà dell’800. Tre decenni prima e molti chilometri più a Nord, Silvio Pellico si industriava per sopravvivere alla durezza dello Spielberg, esperienza dalla quale sarebbero nate Le mie prigioni. Anni che sembrano lontani e che in fondo non lo sono poi tanto. Anni di fermenti e di passioni, di battaglie sanguinose e di scontri ideali, che hanno portato 150 anni fa all’Unità d’Italia. A raccontarli, con manoscritti, edizioni originali delle opere, testimonianze del dibattito culturale ma anche una miriade di cimeli e di curiosità - dal cappello di Garibaldi alla spada di Carlo Pisacane, dal testo manoscritto dell’indimenticabile Spigolatrice di Sapri alla maschera mortuaria di Cavour - è la grande mostra dedicata ai «Padri Fondatori» nei saloni di Palazzo Madama.
Si comincia con le prime carte costituzionali, quella della Repubblica italiana del 1802, per esempio, approvata a Lione dall’assemblea dei deputati convocati da Napoleone. O quella della breve Repubblica Romana, firmata e votata nel 1849 con i francesi che premevano alle porte. Poi l’attenzione si sposta sugli uomini, letterati, politici, intellettuali, che con le loro idee, fecero da precursori: Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria, quindi, ma anche Ugo Foscolo (che oltre a quello del poeta aveva il talento dell’illustratore, come testimonia una edizione della Divina Commedia illustrata da lui) e Alessandro Manzoni. Dal dibattito illuminista alla pratica risorgimentale, l’attenzione si sposta sui Padri Fondatori, da Gioberti a D’Azeglio, da Tommaseo a Manin, Pisacane, Garibaldi, Mazzini, Spaventa, Cavour. Ci sono gli scritti cifrati di Mazzini e anche una sua bellissima spada, riccamente decorata e mai usata. Ci sono gli appunti di Cavour, ma anche le caricature dell’epoca. E poi gli scritti di Pisacane nonché la sua spada (quella sì usata veramente). Una fotografia all’albumina firmata nel 1862 da Duroni e Murer ritrae Garibaldi in sella al celeberrimo cavallo bianco. Accanto - prestato dal Museo del Risorgimento come gran parte del materiale in mostra - c’è un suo consunto cappello di feltro marron. Ma tra le curiosità esposte non manca lo schienale del seggio parlamentare dell’eroe dei Due Mondi, con le lettere dorate del suo nome incorniciate d’alloro.
Si chiude con una carrellata di foto e di ritratti di gruppo, che dopo il 1860 ricordavano agli italiani i propugnatori dell’unione e disegnavano per la cultura popolare il Pantheon dei Padri della Patria. Non manca un incredibile calendario dei «Martiri, Promotori e Fattori dell’Indipendenza e dell’Unità d’Italia». Ogni giorno dell’anno ricorda la morte di patriota.
La mostra rimarrà aperta fino al primo agosto.

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