Nel giorno in cui Francesca Albanese è (auto)beatificata nei cinema italiani, la Francia chiede la sua cacciata dall'Onu. Una rimozione ampiamente meritata, dopo il caso raccontato dal Giornale nei giorni scorsi: lo sciagurato intervento della relatrice Onu all'Al Jazeera Forum, kermesse del network islamista cui hanno partecipato anche un ministro iraniano e il capo di Hamas Khaled Meshaal.
Dopo anni di odio contro Israele, Albanese nel suo discorso di sabato ha additato "un nemico comune dell'umanità". Per come mezzo mondo l'ha intesa (molti politici europei, anche italiani, e le istituzioni ebraiche di mezzo mondo), quella ennesima ma inaudita demonizzazione era riferita proprio allo Stato ebraico, e sono arrivate reazioni sdegnate: non solo del governo israeliano, anche dell'ambasciatore Usa all'Onu e di decine di deputati francesi che ne hanno chiesto le dimissioni. La misura è colma. Lei - ammesso che cambi molto - ha cercato di spiegare che si riferiva al "sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina". Non ha convinto come autodifesa e ieri la Francia - membro permanente del Consiglio di Sicurezza - con il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot ha chiesto che sia finalmente cacciata, condannando senza riserve le sue dichiarazioni "oltraggiose e colpevoli". Durante la prossima sessione del Consiglio per i diritti umani Onu Parigi solleverà la questione. L'iniziativa della Francia, Paese con peso diplomatico non indifferente, ha avuto ripercussioni immediate anche in Italia. "Apprezzo ciò che la Francia ha proposto, riconosciuto e compreso" ha commentato la presidente Ucei Noemi Di Segni. Il centrodestra è compatto. La Lega ha presentato una risoluzione che chiede al governo di "unirsi alla Francia" nel sostenere la richiesta di rimozione. Ma la sinistra la difende: "Il problema non è Albanese ma chi ha compiuto il genocidio" azzarda Angelo Bonelli. Nicola Fratoianni solidarizza.
E mentre Francia, Usa e Israele vogliono rimuoverla dall'Onu, ieri sera in oltre cento italiane sale è uscito il film agiografico sulla "rapporteur". Un'ora e 20 minuti di manipolazione della storia e di beatificazione della protagonista. Il 7 ottobre? Liquidato in venti secondi netti. Come nei rapporti della Albanese, il terrorismo non è un problema. Non esiste praticamente Hamas, menzionata solo all'inizio del "docufilm" per quel dettaglio del "crimine di guerra". "Sbrigata" così la pratica del massacro, inizia la narrazione, che manipolatoria è dir poco. Non pervenuto l'islamismo, non è un problema neanche l'antisemitismo - o meglio non c'entra. Esiste questa entità: "L'attuale Stato di Israele" e ciò che turpemente commette, il "genocidio". Ma dall'altra parte c'è lei: la "voce del diritto internazionale", la "avvocata", la santa laica, forte e umana, che lotta e si commuove. Indomita, gira il mondo col suo berretto di lana e il suo coraggio per fermarlo questo "genocidio", e per incriminare tutti: artefici e "complici". Giudica la condotta di Stati e capi di governo Albanese, smaschera il doppio gioco delle diplomazie, si rammarica dell'inazione generale e prende atto del fallimento Onu (Disunited Nations è il titolo). Lei, che si fa valere coi potenti, sorride alle persone comuni, raccomanda loro di "stare al sicuro" va ad "ascoltare la rabbia e il dolore" dei palestinesi. Non molla e ammette: "È difficile assorbire tutto questo". La sfacciata faziosità della ricostruzione diventa pura mistificazione nel capitolo dedicato alla guerra del '48 con l'attacco a Israele che viene dipinto in questo modo: "I Paesi arabi entrarono in Palestina per salvarla". Imbarazzante.
E a proposito, attivisti pro Pal e promotori dei "sudari per Gaza", come Paola Caridi condividono una notizia proprio di Al
Jazeera, che parla della "polverizzazione" di 3mila palestinesi. E la fonte è un "giornalista" palestinese che ha fissato sul suo profilo una foto di Sinwar, capo di Hamas: "È vissuto come un capo, è morto con un soldato" dice.