Gli americani poco liberali

Le grandi leghe sportive americane, in particolare la NFL, stanno da anni combattendo una guerra contro le scommesse singole. Ad esempio nel Delaware, dove solo da poco le giocate sullo sport sono state ammesse (negli USA l’unico altro stato in questo senso «liberale» è il Nevada), dopo una serie di cause si è arrivati all’obbligo di legare da un minimo di 3 ad un massimo di 12 eventi. La ragione di questa sensibilità è semplice, visto che negli Stati Uniti il modo di giocare più diffuso è quello sul pointspread. Cioè sullo scarto con cui la favorita dovrebbe vincere, esprimendo una quota uguale (in «italiano» 1,90 o meno) su entrambi i lati. È evidente che agli atleti disonesti si apre un vasto orizzonte: un ipotetico scommettitore Kobe Bryant con i Lakers ad handicap 32,5 punti sui Grizzlies potrebbe, gestendo quasi sempre lui il pallone, decidere da che parte far pendere la bilancia senza sportivamente taroccare niente. Ai Lakers vincere di 29 o di 34 sposterebbe zero, a chi ha scommesso moltissimo. È anche per questo motivo che in Europa le scommesse ad handicap sono spesso offerte a quote punitive (1,80, per non dire di peggio) o obbligando alla martingala. Allora i bookmaker americani sono pazzi? No, perché fra di loro c’è una percentuale molto alta di indipendenti: con quote all’europea il singolo casinò rischierebbe di essere sbancato, mentre dando apparentemente uguali chance di vittoria risulta più facile anche con piccoli numeri la suddivisione equilibrata del gioco.