Dal Rettore della scuola di scrittura creativa Molly Bloom ci si aspettano romanzi avvincenti, ma anche ambiziosi e con un legame forte con i grandi modelli del passato; attese non deluse dal recente Non vi sarà più notte (Mondadori, pagg. 660, 24 euro), quasi un romanzo a tema sulla Storia e l'essere umano. Sono ormai passati più di vent'anni da quando Colombati esordì con Perceber, che già stabiliva la linea cui lo scrittore romano sarebbe rimasto fedele: quella dell'ampio romanzo postmoderno, del recupero e riuso delle forme classiche del racconto in una cornice virgolettante, adottata con alessandrina libertà. Non vi sarà più notte (il titolo evoca un passo del Vangelo di San Giovanni) si apre capovolgendo L'idiota di Dostoevskij: non un ritorno in treno a San Pietroburgo, ma una partenza dalla capitale dell'impero russo in direzione di un torneo. Ad essere diretto a Parigi è il diciottenne capitano dell'esercito Vasilij Dmitrievic Kozlov, figlio d'arte: il padre, anni addietro ha conquistato la Lituania per via sportivo-diplomatica, con il suo rovescio liftato. Nel mondo alternativo del romanzo, infatti, la guerra è bandita e gli ufficiali che affollano i vagoni diretti alla Gare de l'Est sono tutti sportsmen: scacchisti, tennisti, schermidori. Se poi nel vagone letto, per un pasticcio dei ferrovieri, si è costretti a fare posto a Cécile, è già aperta la strada per l'idillio più blasé. Dopo un corteggiamento nei giardini delle Tuilieries e lo spostamento in America, il romanzo muta di genere (lo farà più volte) e diventa distopico. Seguendo le leggi delle ucronie studiate da Carrère, infatti, Colombati immagina uno sviluppo storico alternativo.
La guerra, apparentemente scomparsa, è stata in realtà vaporizzata in un pulviscolo di violenza e manipolazione delle coscienze talmente nauseabondo che fa rimpiangere le stragi di soldati e lo scandalo che dura da diecimila anni.