Arrivano i "Briganti" ma saccheggiano solo luoghi comuni

Ha debuttato su Netflix una serie che era molto attesa. Si tratta di Briganti

FRANCESCO BERARDINELLI/Netflix via Ufficio stampa Apulia Film Commission
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Ha debuttato su Netflix una serie che era molto attesa. Si tratta di Briganti. Firmata dal collettivo italiano GRAMS e diretta anche da Steve Saint Leger (tra i creatori di Vikings). Le aspettative erano quelle di una serie che raccontasse il complesso mondo del brigantaggio post unitario nel sud Italia, ovviamente giocando sul suo lato più western. Insomma, nessuno si aspettava della filologia storica. Ci si sarebbe accontentati di una narrazione avvincente che non costringesse troppo alla sospensione del senso di realtà. Ecco Briganti, diciamolo subito, butta alle ortiche l'occasione.

Era palese, che narrativamente parlando, ci fosse la tentazione irresistibile di ridurre il tutto all'equazione: bandito uguale buono, piemontese uguale cattivo e suddito ex borbonico che collabora coi piemontesi supercattivo. Però viene fatto in maniera così superficiale che al confronto certi spaghetti western sembrano film di Woody Allen. Insomma il 1862 dell'occupazione piemontese è acriticamente il sogno di qualunque neoborbonico. Sotto gli stereotipi del dramma che la lotta al banditismo provocò si respira nulla. Quella che scorre via alla fine è la trama di un melodrammone: Filomena, di origini contadine, è sposata con un possidente che ammazza a casaccio. Quando lo uccide è costretta a rifugiarsi nei boschi, non prima di essersi impossessata della mappa che porta all' oro che le Camicie Rosse hanno sottratto a Palermo.

Mentre giace insanguinata nella verzura viene catturata dalla banda Monaco, e sulle sue tracce si mette u cacciatore di taglie. Seguono sparatorie, caccia al tesoro e un po' di sesso. Non bastasse il sud Italia sembra un New Mexico un po' daltonico e un po' Dolce&Gabbana.

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