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"Così Stalin trucidò migliaia di armeni con la trappola di una nuova patria"

Lo scrittore Ian Manook romanza la storia della sua famiglia. Dopo il genocidio, la dittatura L’autore in Italia Memoria

"Così Stalin trucidò migliaia di armeni con la trappola di una nuova patria"

Patrick Manoukian, in arte Ian Manook, ha pubblicato il suo primo libro a 64 anni, ed è stato subito bestseller: Yeruldelgger. Morte nella steppa (Fazi 2016), noir ambientato a Ulan Bator, è diventato il primo volume di una trilogia di successo. Lo scrittore, nato a Meudon nel 1949, per metà francese e per metà armeno, aveva però nel cassetto storie ancora più romanzesche, e ha cominciato a raccontarle con L'uccello blu di Erzerum (Fazi 2022): è la storia della sua stessa famiglia, massacrata durante il genocidio armeno del 1915, quando la nonna Araxie e la sorellina Haïganouch, rimasta cieca, vengono affamate nel deserto, vendute come schiave e, infine, divise. Araxie fugge in Francia e ricomincia la sua vita a Meudon, Haïganouch è consegnata a un uomo perverso che la porta in Siberia. Da qui prende le mosse Il canto di Haïganouch, che sarà in libreria da domani, edito da Fazi. Siamo nel 1947 e l'armeno Agop parte da Marsiglia su una nave carica di connazionali per raggiungere una nuova terra promessa, l'Armenia sovietica.

Ian Manook, perché nel '47 tanti armeni partono per l'Unione sovietica?

«I sovietici hanno bisogno di una popolazione più grande in Armenia e così Stalin propone alle migliaia di armeni dispersi nel mondo di tornare. Partono settemila francesi, però non trovano affatto quel Paese che avevano sognato... La vita è subito molto difficile. E dopo due anni, nel '49, quarantamila armeni vengono mandati nei gulag».

Sempre da Stalin?

«Da Stalin e Berija. Era una ossessione quella di avere una repubblica di frontiera con la Turchia, tanto che a un certo punto Stalin pensa a un Paese unico formato da Georgia e Armenia, ma sono i suoi sogni di potenza, senza logica».

Il romanzo ha le sue radici in un'altra tragedia, il genocidio armeno del 1915.

«La prima diaspora. Il primo libro di questa saga è, al novanta per cento, la vita di mia nonna, da quando era piccola fino all'arrivo in Francia. In questo libro, la parte su mia nonna è vera al novanta per cento, mentre diverso è il racconto su sua sorella Haïganouch: abbiamo le prove che sia sopravvissuta e arrivata in Siberia, ma nessuna altra certezza. Per ricostruire la sua esistenza mi sono basato su quella di un'altra donna con una storia simile alla sua, tornata in Francia».

Perché ha immaginato che Haïganouch sia una poetessa e una musicista?

«Una delle teorie in famiglia è che la sorella di mia nonna fosse una artista. Siccome era cieca, la cosa più semplice è stata pensare alla musica e alla poesia. E poi entrambe, la poesia e la musica, sopravvivono a tutto, a ogni turpitudine umana».

Era diventata cieca a causa del genocidio?

«Sì, era successo quando la famiglia era stata massacrata dai curdi; perché i turchi hanno organizzato, e poi la maggior parte degli armeni sono stati uccisi dai curdi».

E la storia di Agop è vera?

«Sì, era il migliore amico di mio nonno. Sono nato nel '49, due anni dopo la sua partenza per l'Urss, e quando è tornato in Francia, negli anni Settanta, l'ho incontrato e mi ha raccontato la sua storia. So che è incredibile, ma tutti gli armeni di quell'epoca hanno avuto vite incredibili. Quando ci troviamo di fronte a un genocidio e alle sue conseguenze accadono cose terribili e stupende».

È stata sua nonna Araxie a raccontarle tutto?

«Sì. Dopo un genocidio e una diaspora, la prima generazione non parla e non vuole ricordare. La seconda generazione invece vuole solo costruire qualcosa in un nuovo Paese: mio padre è stato operaio per quarant'anni. Io ho avuto la fortuna che mia nonna mi abbia parlato per trent'anni».

Come l'ha convinta?

«Ho iniziato a porle domande quando avevo dieci anni e ce ne sono voluti venticinque affinché mi raccontasse tutto. Le prime risposte erano due parole e un fiume di lacrime, poi cinque parole e un altro fiume di lacrime e poi, piano piano, qualcosa in più... Quando sono diventato adulto mi ha raccontato davvero l'intera storia».

Quanto è importante la memoria?

«È fondamentale. Io mi considero armeno di origine, e sono la terza generazione, ho dei figli e dei nipotini, che sono armeni al 25 e al 12 per cento: che cosa significa, per la quinta generazione, essere armeni d'origine, a parte la buona cucina, la musica e qualche storia? Ecco, il mio libro vuole offrire un certo tipo di memoria alle generazioni successive».

Che memoria è quella lasciata da sua nonna?

«Una doppia memoria. Una è quella del dramma, del genocidio e del massacro. Ma c'è anche un'altra memoria, quella di come chi sopravvive sia capace di costruire una vita in un altro Paese per le generazioni successive, a volte sacrificando la propria persona».

È stato difficile scrivere un romanzo così personale?

«Per nulla. Anche se racconta cose terribili e intime allo stesso tempo, non c'è stata alcuna urgenza nel farlo: parlando di tutto questo con mia nonna per trent'anni, con calma, ci siamo presi il tempo necessario entrambi, e soprattutto io, di abituarmi all'orrore».

Gli armeni subirono un tradimento dall'Urss?

«Sì, fu una trappola. Stalin aveva bisogno di tanti uomini, perché nella guerra ne erano stati sacrificati milioni; del resto per lui erano solo numeri su una pagina».

Come si sopravvive sotto una dittatura?

«Io ho scritto molto sui nomadi. E i nomadi hanno un talento, che è la forza di inerzia, quella di fare le cose che la dittatura chiede ma non farle di fatto... Serve a resistere alle dittature».

Viaggiare è nel suo Dna. Che cos'è il nomadismo per lei?

«È nel mio Dna perché ho fatto grandi viaggi, il più lungo dei quali è durato 27 mesi. Quanto al nomadismo, è una nozione a cui sono molto sensibile. Lo si immagina come persone felici che vagano in paesaggi magnifici, ma è esattamente il contrario: è una tecnica di sopravvivenza in un ambiente ostile».

E lei?

«Sono figlio di una diaspora, in equilibrio tra un Paese d'origine e un Paese d'accoglienza, e mi sento un nomade culturale. Porto la mia cultura d'origine sulle spalle attraverso la mia cultura d'accoglienza: non c'è ambiente ostile, ma è comunque una tecnica di sopravvivenza».

Come mai si è dedicato prima al noir?

«Ho iniziato a pubblicare dopo una sfida con la mia figlia più giovane: avrei dovuto scrivere due libri all'anno, ogni volta di genere diverso e sotto pseudonimi differenti. L'elenco era: saggio, romanzo per ragazzi, romanzo letterario, giallo, saga storica, romanzo sociale. L'enorme successo della trilogia mongola ha fatto sì che continuassi a scrivere gialli per diversi anni, ma in realtà avrei voluto pubblicare questa saga per prima, in forma di leggera distopia, nel 2014, per il centenario del genocidio».

E poi?

«L'editore ha avuto paura di impegnarsi per un libro di 800 pagine scritto da un autore anziano che non aveva ancora pubblicato nulla. Così ho rispettato il programma della sfida...».

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