da Venezia
Alla Punta da Mar, quel sottile triangolo che divide il Canal Grande da quello della Giudecca, il va e vieni di vaporetti, taxi-boat e barchini è incessante, incurante della pioggia battente interrotta da squarci di luce che qui è particolarmente Serenissima. Punta della Dogana, casa-tempio dell'arte di Monsieur Pinault, si prepara alla «gran stagione del contemporaneo» (che culminerà a maggio con l'apertura della Biennale Arte), mentre turisti vari fotografano il profilo inconfondibile di Santa Maria della Salute. Proprio qui, all'estremità di questo sestiere, ma quando tutto, tranne la luce, era diverso, lavorava Jacopo Robusti, il Tintoretto (1518-1594) perché da queste parti, prima di essere scalzata, nel 1630, per far spazio all'imponente basilica, c'era la Scuola della Santissima Trinità, una confraternita laica ospitata in un monastero già appartenuto all'ordine teutonico e poi retto dai rampolli di una ricca famiglia veneziana del tempo, i Lippomano, con contatti parecchio solidi a Roma (dettaglio da tenere a mente per la storia che segue).
Qui, negli spazi un tempo molto frequentati di questa scuola, a partire dal 1547 si decide di dipingere qualcosa di stravagante per i canoni veneziani: niente storie di Santi, di Vergini né parabole evangeliche, ma una rilettura della Bibbia dall'inizio, per mostrare la grandezza della Genesi. La commissione non è banale e se prima la Scuola si affida al pittore Francesco Torbido, allievo bravino di Giorgione, poi, e siamo già nel triennio che va dal 1550 al 1553, la Scuola decide di alzare l'asticella: chiama al lavoro Tintoretto, che non è ancora quello maestoso della Scuola Grande di San Rocco ma ha già firmato, per la Scuola Grande di San Marco, capolavori assoluti come San Marco libera uno schiavo, oggi tra le opere conservate alle Gallerie dell'Accademia. Ebbene è proprio qui, dove è custodita la più ricca e significativa collezione di arte veneziana e veneta, che dopo duecento anni dal loro smembramento possiamo vedere riunite insieme le tele del Tintoretto per la Scuola della Santissima Trinità. Tintoretto racconta la Genesi. Ricerca, analisi e restauro (fino al 7 giugno) è una mostra di sole quattro opere, ma con infinite storie da raccontare. Curata da Roberta Battaglia e Cristina Sburlino, con un progetto di allestimento arricchito da supporto multimediale pensato da Maria Antonietta De Vivo presenta per la prima volta una accanto all'altra le tele che Tintoretto dedicò alla Genesi: tre di queste (La creazione degli animali, Il peccato originale e Caino uccide Abele) sono della collezione permanente delle Gallerie dell'Accademia, mentre il dipinto Adamo ed Eva davanti all'Eterno, è in prestito dagli Uffizi di Firenze. Ne manca all'appello una: la Creazione di Eva, che per quei giri stani delle opere d'arte appartiene a una collezione privata tedesca di proprietà di vari fratelli che non si sono accordati sul prestito (peccato). In un'unica sala, al primo piano del museo, vediamo in mostra allestite le tele del Tintoretto dopo un anno di sapiente restauro, terminato giusto il mese scorso e sostenuto, ci spiega Giulio Manieri Elia, direttore delle Gallerie dell'Accademia, dalla Foundation for Italian Art & Culture di New York e dal Cincinnati Art Museum: le tele non erano in grave pericolo di deterioramento, precisa il direttore, ma di certo apparivano ingiallite dai ritocchi subiti dai pesanti restauri ottocenteschi. Sono state liberate da patine e vernici e presentano adesso tutta quella luminosità straordinaria, quasi cinematografica, che è la cifra stilistica del Tintoretto. Le radiografie e altre indagini scientifiche sono state preziose per capire il metodo di lavoro dell'artista che per questo ciclo ha scelto un'unica pezza di tessuto, composta da diverse filature. Emergono dall'indagine anche vari pentimenti in corso d'opera, svelati dai disegni sottostanti: si è visto, ad esempio, che Tintoretto si è particolarmente arrovellato intorno all'arma usata da Caino per uccidere Abele. L'analisi dei materiali conferma quanto il Robusti sia un campione nell'uso del colore e dotato di una padronanza tecnica superba: scopriamo ad esempio dalle analisi al microscopio che i contorni dei corpi ben torniti di Adamo ed Eva sono così riusciti anche per merito dell'azzurrite, che esalta le ombre. «Con questo Ciclo della Genesi Tintoretto scopre la potenza del paesaggio: la natura è protagonista assoluta delle tele», ci dice Roberta Battaglia. Recuperata la lezione di Giorgione e Tiziano, Tintoretto la rende più fantasiosa, con tocchi di luce incredibili e una pittura fluida, quasi liquida. È bravo a costruire tele narrative dove all'azione principale ne segue una successiva, in sottofondo, con dettagli sorprendenti come l'angelo luminoso che caccia Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre o Caino, fratricida, che si incammina verso una nuova vita.
È un Tintoretto liberato dalle regole e dalle convenzioni questo che vediamo ora restaurato e ricomposto alle Gallerie dell'Accademia e per capirne meglio il senso bisogna tornare alla committenza. Se la Scuola della Santissima Trinità, come si diceva, venne smantellata per costruire Santa Maria della Salute e quindi trasferita in varie sedi, con conseguente dispersione delle opere (i Tintoretto in mostra arrivarono nelle collezioni delle Gallerie molto tardi, negli anni Trenta del Novecento), quando il Robusti fu chiamato a lavorare la confraternita era parecchio potente. Proprio la scelta del tema, quello della Genesi, rarissimo a Venezia, racconta dell'ambizione dei committenti, che erano soliti frequentare i fasti delle stanze vaticane.
L'ipotesi suggestiva degli studiosi, e Roberta Battaglia è tra questi, è che il Ciclo della Genesi di Tintoretto fosse un tentativo, neanche troppo timido, di ricreare vicino alla Punta da Mar, «una Cappella Sistina veneziana» capace di mostrare al mondo che la pittura di luce della Serenissima poteva ben competere con la celeberrima Genesi michelangiolesca.