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Morandi, quelle bottiglie ferme come santi di Piero

I due artisti, separati da secoli, chiedono alla pittura la stessa cosa: trattenere il mondo per un attimo

 Morandi, quelle bottiglie ferme come santi di Piero

Una bottiglia di Giorgio Morandi (1890-1964) può avere l'immobilità di un santo di Piero della Francesca. Non perché gli somigli, né perché ne ripeta il significato, ma perché, come quel santo, sembra avere attraversato il rumore del mondo per approdare a una forma più ferma, più alta, quasi definitiva. Sta lì: muta, frontale, senza più una funzione pratica. Non serve a versare, non appartiene più alla cucina, allo scaffale, alla polvere dello studio. È ancora una bottiglia, certo. Ma la pittura l'ha separata dall'uso e l'ha consegnata a un'altra durata. Piero e Morandi sono lontanissimi. Li separano quasi cinque secoli, la storia, le committenze, la teologia, il modo stesso di pensare l'immagine. Piero lavora dentro il grande respiro del Rinascimento: la prospettiva, la luce come ordine mentale, il corpo umano come misura del visibile, la scena sacra come luogo in cui il mondo trova una sua architettura. Morandi, al contrario, restringe tutto. Pochi oggetti, poche stanze, poche variazioni. Un tavolo, una bottiglia, una scatola, un vaso. Eppure la distanza non basta a separarli. Anzi, forse proprio perché sono così lontani, il loro incontro diventa più rivelatore. Entrambi chiedono alla pittura una cosa rara: non tanto raccontare il mondo, e nemmeno abbellirlo, ma trattenerlo per un momento, impedirgli di scivolare via.

In Piero, questa sottrazione passa attraverso la legge della prospettiva, la chiarezza della luce, la misura dei gesti. In Morandi passa attraverso la ripetizione, la polvere, la distanza minima fra un volume e l'altro, la pazienza con cui una cosa qualunque diventa inevitabile. Se immaginassimo una mostra capace di metterli in dialogo, bisognerebbe evitare l'ovvietà del confronto stilistico. Non avrebbe senso cercare in Morandi un Rinascimento nascosto, né fare di Piero un anticipatore della modernità. Il punto non è stabilire se Morandi somigli a Piero. Il punto è capire che cosa accade alle cose quando entrano davvero in pittura. Il santo di Piero non è soltanto un personaggio sacro: è un corpo che ha trovato il proprio posto nello spazio. La bottiglia di Morandi non è più soltanto un oggetto domestico. È qualcosa che l'abitudine non riesce più a consumare. Nel Battesimo di Cristo, dipinto tra il 1437 e il 1445, Piero costruisce una scena che non ha bisogno di proclamare la propria grandezza. Cristo è al centro, verticale, chiaro, già più immagine che corpo. Il Battista compie il gesto, ma senza enfasi. Gli angeli non recitano il sacro: lo custodiscono con la loro presenza. L'albero, accanto a Cristo, non è un semplice elemento naturale. Divide, misura, sostiene lo spazio. Sembra ricordare che, in Piero, anche la natura può diventare architettura. La luce non accende il dramma. Non cerca commozione facile. Distribuisce. Assegna a ogni cosa un posto. È una luce calma solo in apparenza: in realtà è severa, perché non concede nulla al disordine. Il miracolo, qui, non è mostrato come rottura del mondo, ma come suo ordinamento. Nella Flagellazione di Cristo, datata dalla Galleria Nazionale delle Marche al 1459-1460, questa legge diventa ancora più enigmatica. Il soggetto dovrebbe chiamare violenza, pathos, movimento. Piero, invece, colloca il corpo flagellato di Cristo sul fondo, dentro un'architettura limpida, quasi implacabile. Il dolore c'è, ma è tenuto a distanza. In primo piano restano tre figure chiuse in una conversazione muta, attraversata da un significato che non si lascia sciogliere. È una delle grandi invenzioni morali della pittura di Piero: il dramma più profondo non sempre coincide con ciò che è più vicino agli occhi. La violenza è arretrata, come se fosse già entrata nella memoria o nel pensiero. Piero non raffredda l'episodio per diminuirlo, ma per toglierlo alla cronaca. Lo porta in una regione dove l'evento non è più soltanto accadimento, ma forma mentale. Nella Resurrezione di Sansepolcro, spesso collocata dagli studiosi fra il 1450 e il '60, non accade quasi nulla, se pensiamo il miracolo come esplosione. Cristo non si leva dal sepolcro con slancio teatrale. È già lì. Frontale, saldo, definitivo. Il piede appoggiato, il busto eretto, lo sguardo fermo: tutto dice meno il movimento della resurrezione che la sua conseguenza irrevocabile. Ai suoi piedi, i soldati dormono. Sono pesanti, abbandonati, ancora presi nel tempo umano. Cristo, invece, appartiene a un'altra durata. Non emerge soltanto dal sepolcro: emerge dalla dispersione del tempo. In Piero il miracolo non

ha bisogno di stupire. Si impone perché ha forma. E la forma, quando è assoluta, non grida. Con la Pala Montefeltro, datata dalla Pinacoteca di Brera al 1472-74, questa idea arriva a una solennità ancora più raccolta. La Madonna, il Bambino addormentato, i santi, gli angeli, Federico da Montefeltro inginocchiato: tutto è fermo, ma nulla è inerte. L'abside accoglie le figure come un pensiero architettonico. L'uovo sospeso al centro non è soltanto un simbolo: è un punto di gravità. Tiene insieme la scena, ne raccoglie le forze, rende visibile un equilibrio che sembra precedere i personaggi stessi. In Piero il sacro non coincide mai con l'enfasi. Non ha bisogno di lacrime, di estasi, di gesti agitati. Il sacro è misura, distanza, ordine. È il momento in cui il mondo smette di essere confusione e diventa figura.

Morandi arriva da tutt'altra parte. E proprio per questo il suo incontro con Piero diventa sorprendente. Toglie quasi tutto ciò che in Piero sembrava indispensabile: la storia sacra, le grandi architetture, i corpi, la narrazione, la pala d'altare, il mondo religioso e ducale che dava alle immagini un posto e un'autorità. Restano oggetti comuni, fragili, opachi. Una bottiglia. Una brocca. Una scatola. Un vaso. Cose che fuori dal quadro non avrebbero alcuna autorità. Oggetti che si potrebbero spostare con una mano, rompere, dimenticare. Ma Morandi li guarda così a lungo da liberarli dall'uso. È questo il suo gesto più radicale. Non trasforma gli oggetti in emblemi altisonanti. Non li carica di letteratura. Li lascia essere, ma dentro una lentezza così intensa che il loro essere cambia peso.

Oggi questi due artisti ci riguardano più di quanto sembri. Non perché offrano una lezione morale già pronta, ma perché ci costringono a una diversa esperienza dello sguardo. Davanti a Piero non si può avere fretta. Davanti a Morandi nemmeno.

Bisogna sostare, lasciare che l'immagine non si conceda subito, accettare che la sua forza non coincida con l'impatto. In un tempo che consuma le immagini prima ancora di guardarle, Piero e Morandi chiedono una cosa semplice e difficilissima: attenzione.

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