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L'arte contemporanea accende Bologna

Al via la tre giorni Artefiera, la kermesse più rappresentativa per il collezionismo. Attorno ad essa, un ricco palinsesto di mostre in città

L'arte contemporanea accende Bologna

È la grande settimana dell’arte a Bologna, il momento dell’anno in cui la città si riallinea attorno al proprio asse storico e simbolico: Artefiera. Da oggi fino a domenica, i padiglioni di BolognaFiere tornano a essere il baricentro del sistema, con oltre 150 gallerie italiane e internazionali chiamate a misurarsi con una fiera che inaugura un nuovo corso sotto la direzione di Davide Ferri, segnando un passaggio di testimone atteso e strategico. L’obiettivo dichiarato è duplice: consolidare il ruolo di Artefiera come piattaforma di riferimento per il moderno e il contemporaneo in Italia e, insieme, intercettare un pubblico più ampio e trasversale, fatto non solo di collezionisti e addetti ai lavori ma anche di visitatori attratti da una proposta culturale sempre più articolata. Le aspettative parlano di decine di migliaia di presenze nell’arco dei tre giorni, confermando Bologna come uno dei poli più vitali del calendario europeo di inizio anno. Tra gli eventi speciali, spicca il progetto espositivo affidato a Marcello Maloberti, pensato come intervento emblematico capace di tenere insieme gesto performativo, dimensione popolare e tensione politica, in dialogo diretto con lo spazio fieristico.


Attorno a questo nucleo gravitazionale, come ogni anno, si accende il sistema di orbite di ART CITY Bologna, che si conferma il dispositivo capace di espandere l’esperienza dell’arte oltre i padiglioni, trasformando la città in un corpo attraversabile. L’edizione 2026 si apre simbolicamente con la mostra di John Giorno al MAMbo, vero punto di condensazione poetica e politica dell’intero programma. La pratica di Giorno, fondata sulla voce, sul linguaggio come atto e sulla presenza come forma di militanza, stabilisce il tono di un ART CITY che interroga la parola non come strumento neutro, ma come materia viva, corporea, esposta al conflitto. La sua opera funziona come una soglia: invita a leggere l’intero circuito urbano come uno spazio di enunciazione, attraversato da voci, corpi e posizioni. Da questo nucleo si irradia un programma diffuso che, per la prima volta, coinvolge in modo strutturale i luoghi dell’Università di Bologna, riuniti nello Special Program Il corpo della lingua.

Aule, biblioteche, teatri anatomici e istituti storici dell’Alma Mater diventano spazi di intervento per artisti che lavorano sul rapporto tra sapere, corpo e potere. All’ex Istituto di Zoologia, Giulia Deval interviene sul tema dell’intonazione vocale, analizzando il linguaggio come dispositivo gerarchico e politico. Nell’atrio dell’ex Facoltà di Ingegneria, il lavoro di Mike Kelley rilegge l’educazione attraverso sequenze musicali e rituali scolastici, trasformando la formazione in una coreografia ambigua tra disciplina e desiderio. A Palazzo Hercolani, Ana Mendieta mette in dialogo corpo e natura, opponendo alla razionalità accademica una conoscenza arcaica e sensuale, fondata sulla fusione con l’ambiente. Il Teatro Anatomico dell’Archiginnasio ospita la performance di Alexandra Pirici, che ribalta lo sguardo scientifico sulla dissezione restituendo al corpo agency e pluralità. Alla Fondazione Federico Zeri, Augustas Serapinas interviene con strutture minime che alterano postura e punto di vista del lettore, rendendo visibile la dimensione spaziale e politica dell’atto di studiare. Nel Distretto Navile, Jenna Sutela immagina un linguaggio post-umano nato dalla traduzione dei movimenti batterici in suono e segno, mentre nell’Aula Magna della Biblioteca Universitaria Nora Turato affronta il sovraccarico linguistico contemporaneo attraverso una performance che riporta il linguaggio al suo peso fisico e sensoriale.

Accanto a questo asse istituzionale, ART CITY Bologna 2026 mette in evidenza uno dei progetti più intensi dell’edizione: l’intervento site specific all’ex sede Dynamo, nei rifugi antiaerei della Montagnola. Qui prende forma Il grado zero di Fabrizio Cabitza, Claudia De Luca e Gianluca Perrone (5–10 febbraio 2026), un percorso che intreccia scultura, pittura e fotografia all’interno di uno spazio segnato dalla memoria della guerra e della Resistenza. Il progetto indaga le molteplici declinazioni del bianco come condizione originaria e non neutra: superficie attraversata da fratture, sedimenti, tracce di sopravvivenza. Nei tunnel sotterranei dei rifugi, il bianco diventa principio generativo che azzera il segno e insieme lo riattiva, trasformando il rifugio — luogo di protezione e vulnerabilità — in uno spazio di attraversamento sensoriale e di possibile rinascita. Promosso da ExDynamo, con il contributo di Fondazione del Monte e il sostegno di studio Marchingegno e Quarup editrice, Il grado zero restituisce alla città un luogo sottratto allo sguardo, attivando un confronto diretto tra materia, luce e memoria collettiva.

Nel suo insieme, ART CITY Bologna 2026 costruisce un’esperienza stratificata che tiene insieme fiera e città, poesia e istituzione, sapere e corpo, superficie e sottosuolo. L’arte non si limita ad abitare Bologna per una settimana: la attraversa nei suoi punti più sensibili, rendendo visibili le tensioni che legano linguaggio, potere e storia.

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