Assogestioni, il dopo-Messori e la strada per rilanciare i fondi

Marcello Messori, che ha dichiarato l’indisponibilità a ripresentare la propria candidatura per il triennio 2010-2013 alla presidenza di Assogestioni, ritiene che il rischio per i fondi di investimento possa essere quello di essere un serbatoio per le banche, che si allarga quando hanno un eccesso di liquidità e si assottiglia quando ne hanno carenza. Messori, al termine del suo mandato alla presidenza di Assogestioni, fa un’analisi del settore e ammette di non essere riuscito a convincere gli associati che cambiare questo stato di cose potrebbe contribuire alla crescita del Paese. Anche perché l’interesse degli associati sembra essere soprattutto per la riforma del regime fiscale dei fondi. Ma che mercato lascia in eredità Messori al suo successore Domenico Siniscalco?
Nel triennio 2007-2010, il patrimonio complessivo dei fondi comuni italiani, è sceso del 30%, perdendo 182 miliardi di euro: erano 609,7 miliardi a fine marzo 2007 mentre a gennaio 2010, ultimo dato disponibile, non andavano oltre i 427,7. Da notare, però, che i 182 miliardi che mancano all’appello, coincidono grosso modo ai deflussi netti del periodo. Infatti la raccolta netta, cioè la differenza tra nuove sottoscrizioni di fondi e richieste di riscatto, è ammontata nel periodo marzo 2007-gennaio 2010, a circa 181 miliardi. La crisi del risparmio gestito era in ogni caso iniziata nell’aprile 2006 con deflussi netti dai fondi comuni e dalle sicav mentre in Europa la raccolta netta era positiva. Le ragioni, come ha sempre sostenuto lo stesso Messori, andavano ricercate nel fatto che dal 2002-2003 in poi c’è stato un passaggio dai fondi comuni verso le obbligazioni e i prodotti strutturati (sia obbligazioni che polizze di tipo index linked); dal 2006 si è inoltre aggiunta la tendenza a orientarsi verso i prodotti di liquidità (Bot, Ctz, pronti contro termine e depositi bancari). Tendenza, questa, che ha premiato anche i fondi di liquidità: gli unici che nell’ultimo triennio sono riusciti a incrementare il patrimonio (da 83,4 a 85,3 miliardi di euro) e la quota di mercato (dal 13,7% al 19,9%). Un incremento ottenuto però a discapito di tutte le altre tipologie di fondi: dagli azionari (scesi da 155,5 a 88,2 miliardi di euro) ai bilanciati (calati da 40,2 a 17,3 miliardi), dagli obbligazionari (arretrati da 238,9 a 164,5 miliardi) agli hedge fund (diminuiti da 30,6 a 14,4 miliardi) e perfino dei flessibili (diminuiti da 61,1 a 58 miliardi) sebbene questi abbiamo comunque guadagnato quote di mercato (dal 10% al 13,6%). Per Messori le peculiarità dei fondi (controllo del rischio di mercato e del rischio controparte, elevata liquidità, elevata trasparenza, ampia diversificazione in ottica di medio lungo termine) avrebbero dovuto essere sfruttate dai risparmiatori per orientarsi al meglio dopo gli sconquassi della crisi finanziaria. A patto che l’industria del risparmio gestito italiano si fosse impegnata sul fronte dell’innovazione del prodotto e del servizio. Cosa che, purtroppo, non si era verificata durante gli anni successivi alla precedente crisi dei mercati. Infatti, tra il 2003 e il 2005 l’industria italiana dei fondi comuni non è stata in grado - ad eccezione delle reti di promotori come Mediolanum, Azimut, Banca Generali, Fideuram e Finanza & Futuro - di consigliare ai risparmiatori lo spostamento, almeno in parte, dei loro investimenti dal monetario e obbligazionario verso il bilanciato e l’azionario azzerando qualsiasi opportunità di guadagno consistente: basti ricordare che, tra il marzo 2003 e il giugno 2007, gli indici di Borsa europei sono saliti tra il 100% e il 140%). Secondo Messori si rendeva necessario ridefinire con gradualità produzione e distribuzione per evitare il ripetersi dei problemi tipici dell’investitore italiano: quello cioè di entrare sui massimi di Borsa e vendita sui minimi, oppure l’assoluta mancanza di esposizione in azioni durante una lunga fase di rialzo. Guardando invece ai portafogli più complessi e di importi medio-alti, la sua idea era quella di poter contare su servizi di consulenza di standing elevato, verificabili nel tempo con un costo annuo distinto da quello pagato per i prodotti utilizzati.