Cent’anni di Mario Brega, l’ultimo principe della romanità

Dai ruoli drammatici per Sergio Leone al successo fragoroso accanto a Verdone: oggi la sua città lo ricorda con un targa

Cent’anni di Mario Brega, l’ultimo principe della romanità

All’anagrafe di nome faceva Florestano, ma tutti lo chiamavano Mario. Più semplice e liscio, proprio come piaceva a lui. Era nato il 25 marzo del 1923 nel quartiere Marconi, a Roma. Esattamente un secolo fa. Figlio di Primo Brega, falegname per mestiere e atleta olimpico per diletto (o viceversa), aveva virato per un percorso che non c’azzeccava nulla con l’ereditarietà dei mestieri. Niente segatura e martelli. Ma quello spirito popolare lì l’avrebbe sempre percorso dentro come un sentimento carsico. Mario Brega, più di moltissimi altri, riusciva a farlo erompere fuori con irresistibile naturalezza.

Era corpulento, Mario. Polpastrelli grossi, spesso mandati a grattare una barba folta. La voce grumosa, il tono perennemente alto, da carciofaro del mercato, sempre accompagnato da una quantità di sorrisi larghissimi, perché sapeva che come caratterista romano strappava risate sguaiate. Si portava a spasso quell’aria costantemente burbera, ma poteva infilzarti a piacimento con affondi di irriverente ilarità locale. Portava certi occhialoni che stavano appesi al pingue volto, spesso cadendo in punta di naso per il sudore. Perché si agitava, Brega, travolto dalla sua medesima passionalità.

Un sacco bello

Pareva una colonna d’uomo. Seduceva in quanto popolare, ma sapeva muoversi con consumata disinvoltura tra le molteplici increspature del mestiere attoriale. Tra il 1954 e il 1991 girò almeno una settantina di film. Sergio Leone e Dino Risi lo avevano scritturato per consegnarli ruoli drammatici. Era stato il truce fascista Marcacci, detto Mitraglia, ne La marcia su Roma (1962), ed un cupo ergastolano con Detenuto in attesa di giudizio, insieme a Sordi (1971). Al fianco di Leone si era cucito un ruolo esuberante nella Trilogia del dollaro ed era apparso anche in una scena di C’era una volta in America.

Però il successo autentico era arrivato con Carlo Verdone. Si erano conosciuti per caso, ad un party a casa di Leone. Scintilla divampata subito in collaborazione pittoresca e florida. A Carlo serviva un romanaccio autentico e nessuno poteva incarnarlo meglio di Brega. A partire dagli anni Ottanta quel fenomenale sodalizio aveva prodotto una quantità di ruoli comici imbarazzante.

Mario aveva interpretato il padre dell’hippie Ruggero in Un sacco bello, primo grande squillo di Carlo. “Ma che te ciancichi?”, dice esasperato in una scena cult, rivolto alla giovane fidanzata, che lo accusa di essere un fascio. Poi, alzando prima un pugno e poi l’altro contro il soffitto del salotto, esclama: "Io mica so’ comunista così, so’ comunista così”.

Era stato quindi il Principe in Bianco Rosso e Verdone - ruggente camionista che pratica un’iniezione a Sora Lellacon questa mano che po’ essa piuma o po’ esse fero” - e Augusto il temuto padre della compagna di Sergio (Verdone) in Borotalco. “A Se’, te sei degnato finalmente de venì”, dice al tentennante giovane accogliendolo in bottega. Poi la scena che, forse più di ogni altra, l’ha scolpito nell’imperitura memoria collettiva: “Senti ‘sto prosciutto, è dolce, è zucchero. Senti ‘sto olive, so’ bone, so’ greche. Come so’?”, chiede all’impaurito Verdone. E lui, tremando: “So’ greche”.

Oggi a Marconi, dove è nato, sarà proprio Carlo

Verdone a scoprire una targa per ricordarlo. Ne avrebbe fatti cento. Un infarto se lo portò via un triste e afoso giorno di luglio del 1994. Ma i principi, si sa, vivono per sempre nel ricordo del loro popolo.

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