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Attualità

Elogio del rispetto: né atto formale, né regola di convivenza. Ma scelta etica radicale

La peculiarità del Re-Umanesimo, secondo me, è l’introdurre una sfumatura lieve che però può diventare una rivoluzione copernicana: è il passaggio dalla necessità di mettere l’uomo al centro, al bisogno di essere uomini "centrati"

 Il mio addio ai lettori secondo la regola "del 99" (come gli articoli scritti per questa rubrica)

Un termine che, secondo me, può rendere in toni moderni l’antica logica del confessionale è «Re-Umanesimo». L’ho trovato in Linked-In, leggendo le interessanti pagine di Marika Lion. Le consiglio. Il concetto di «Re-Umanesimo» ha in sé la possibilità di essere ponte tra le persone e i mondi, voce capace di unire ciò che la società divide. Il punto di partenza è ripensare il rapporto tra cultura, economia e società, recuperando la loro funzione originaria di crescita, di consapevolezza e di condivisione. Significa avere il coraggio di credere che bellezza, etica, responsabilità e speranza possono tornare ad essere le quattro colonne portanti di una rinascita. La cultura è e deve essere un diritto universale, accessibile a tutti attraverso educazione, tecnologia e senso di responsabilità verso il bene comune in un progetto di riconciliazione tra arte e società, tra finanza e coscienza, tra passato e futuro. Significa credere che l’istruzione in sé, pur accurata e specializzata, non basta, ma è sempre più necessaria una formazione complessiva della persona anche a livello valoriale. È un orizzonte quindi che non riguarda solo le abilità, ma la coinvolge una ricerca di principi e ideali attraverso cui comprendere che ogni opera, ogni gesto creativo, ogni atto di bellezza condivisa è una pietra viva nella costruzione del futuro.

Leggendo queste affermazioni si può avere l’impressione che una bella utopia, fumosa e irenica. Invece secondo me questi concetti si traducono in un aspetto molto concreto: il rispetto.

È una dimensione da recuperare, rivalutandone la forza. Non ci può essere «Re-Umanesimo» senza una nuova rieducazione al rispetto. In molti casi sono convinto che si debba parlare di una vera e propria alfabetizzazione al rispetto. Quando tutto rischia di essere ridotto a prestazione, l’efficienza diventa criterio assoluto e la persona è valutata in base alla sua funzione, è urgente un fenomeno di resistenza culturale. Ognuno, per quello che è, in quello che fa ordinariamente - con le parole, con i fatti, con gli atteggiamenti, con le scelte, con i progetti, con lo stile, con il modo di collaborare - può dimostrare il riconoscimento di ogni essere umano come portatore di un valore che precede ogni ruolo, supera ogni risultato e non può essere né misurato né negoziato. Il rispetto, in questa prospettiva, non è atto formale né semplice regola di convivenza, ma scelta etica radicale: è riconoscere nell’altro una dignità senza se e senza ma. Il rispetto diventa così lo spazio in cui si manifesta la qualità dell’umano e si decide se l’organizzazione è al servizio della persona o la persona è sacrificata all’organizzazione. Il RE-Umanesimo afferma che nessun obiettivo, nessuna strategia, nessun successo può giustificare la negazione del rispetto. È mettere al bando superficialità e mediocrità con il coraggio di dire «io non mi voglio accontentare, io voglio per me il meglio possibile e di conseguenza scelgo una qualità alta di stile nel relazionarmi, nel comportarmi, nell’agire, nel lavorare». L’esigenza di efficienza, innovazione e competitività porta al rischio crescente di ridurre la persona a funzione, prestazione o variabile produttiva. Il Re-Umanesimo spinge oltre l’immediato, l’utile e il misurabile. Ogni individuo porta con sé una profondità che nessun ruolo, contratto o indicatore di performance può esaurire. In questo plus da riconoscere sta il fondamento del rispetto. Significa considerare che esiste qualcosa in ognuno che non può essere posseduto, scambiato o sacrificato. Mi immagino già i pensieri di qualcuno: «sono cose trite e ritrite», «aria fritta», «non portano da nessuna parte». E ci sta anche il ragionamento di quello che lamentava il fatto di non riuscire mai ad essere pienamente se stesso e alla domanda dell’amico - «cosa te lo impedisce?» - la risposta fu lapidaria: «il codice penale!».

Durante formazioni, lezioni, prediche, discussioni dotte e chiacchierate a tavola ho sentito milioni di volte l’espressione «bisogna rimettere l’uomo al centro». La peculiarità del Re-Umanesimo, secondo me, è l’introdurre una sfumatura lieve che però può diventare una rivoluzione copernicana: è il passaggio dalla necessità di mettere l’uomo al centro, al bisogno di essere uomini «centrati». È una prospettiva diversa ma interpellante. Quanto si è sfasati, sfalsati, sfocati, sfilacciati. La bellezza del Re-Umanesimo è quindi il ripartire da se stessi, con un rispetto che è autostima. Quando non c’è, è proprio il caso di dire - qui nel confessionale - «Che peccato!».

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