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Elogio del rispetto: né atto formale, né regola di convivenza. Ma scelta etica radicale

La peculiarità del Re-Umanesimo, secondo me, è l’introdurre una sfumatura lieve che però può diventare una rivoluzione copernicana: è il passaggio dalla necessità di mettere l’uomo al centro, al bisogno di essere uomini "centrati"

Elogio del rispetto: né atto formale, né regola di convivenza. Ma scelta etica radicale
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Un termine che, secondo me, può rendere in toni moderni l’antica logica del confessionale è «Re-Umanesimo». L’ho trovato in Linked-In, leggendo le interessanti pagine di Marika Lion. Le consiglio. Il concetto di «Re-Umanesimo» ha in sé la possibilità di essere ponte tra le persone e i mondi, voce capace di unire ciò che la società divide. Il punto di partenza è ripensare il rapporto tra cultura, economia e società, recuperando la loro funzione originaria di crescita, di consapevolezza e di condivisione. Significa avere il coraggio di credere che bellezza, etica, responsabilità e speranza possono tornare ad essere le quattro colonne portanti di una rinascita. La cultura è e deve essere un diritto universale, accessibile a tutti attraverso educazione, tecnologia e senso di responsabilità verso il bene comune in un progetto di riconciliazione tra arte e società, tra finanza e coscienza, tra passato e futuro. Significa credere che l’istruzione in sé, pur accurata e specializzata, non basta, ma è sempre più necessaria una formazione complessiva della persona anche a livello valoriale. È un orizzonte quindi che non riguarda solo le abilità, ma la coinvolge una ricerca di principi e ideali attraverso cui comprendere che ogni opera, ogni gesto creativo, ogni atto di bellezza condivisa è una pietra viva nella costruzione del futuro.
Leggendo queste affermazioni si può avere l’impressione che una bella utopia, fumosa e irenica. Invece secondo me questi concetti si traducono in un aspetto molto concreto: il rispetto.
È una dimensione da recuperare, rivalutandone la forza. Non ci può essere «Re-Umanesimo» senza una nuova rieducazione al rispetto. In molti casi sono convinto che si debba parlare di una vera e propria alfabetizzazione al rispetto. Quando tutto rischia di essere ridotto a prestazione, l’efficienza diventa criterio assoluto e la persona è valutata in base alla sua funzione, è urgente un fenomeno di resistenza culturale. Ognuno, per quello che è, in quello che fa ordinariamente - con le parole, con i fatti, con gli atteggiamenti, con le scelte, con i progetti, con lo stile, con il modo di collaborare - può dimostrare il riconoscimento di ogni essere umano come portatore di un valore che precede ogni ruolo, supera ogni risultato e non può essere né misurato né negoziato. Il rispetto, in questa prospettiva, non è atto formale né semplice regola di convivenza, ma scelta etica radicale: è riconoscere nell’altro una dignità senza se e senza ma. Il rispetto diventa così lo spazio in cui si manifesta la qualità dell’umano e si decide se l’organizzazione è al servizio della persona o la persona è sacrificata all’organizzazione. Il RE-Umanesimo afferma che nessun obiettivo, nessuna strategia, nessun successo può giustificare la negazione del rispetto. È mettere al bando superficialità e mediocrità con il coraggio di dire «io non mi voglio accontentare, io voglio per me il meglio possibile e di conseguenza scelgo una qualità alta di stile nel relazionarmi, nel comportarmi, nell’agire, nel lavorare». L’esigenza di efficienza, innovazione e competitività porta al rischio crescente di ridurre la persona a funzione, prestazione o variabile produttiva. Il Re-Umanesimo spinge oltre l’immediato, l’utile e il misurabile. Ogni individuo porta con sé una profondità che nessun ruolo, contratto o indicatore di performance può esaurire. In questo plus da riconoscere sta il fondamento del rispetto. Significa considerare che esiste qualcosa in ognuno che non può essere posseduto, scambiato o sacrificato. Mi immagino già i pensieri di qualcuno: «sono cose trite e ritrite», «aria fritta», «non portano da nessuna parte». E ci sta anche il ragionamento di quello che lamentava il fatto di non riuscire mai ad essere pienamente se stesso e alla domanda dell’amico - «cosa te lo impedisce?» - la risposta fu lapidaria: «il codice penale!».
Durante formazioni, lezioni, prediche, discussioni dotte e chiacchierate a tavola ho sentito milioni di volte l’espressione «bisogna rimettere l’uomo al centro». La peculiarità del Re-Umanesimo, secondo me, è l’introdurre una sfumatura lieve che però può diventare una rivoluzione copernicana: è il passaggio dalla necessità di mettere l’uomo al centro, al bisogno di essere uomini «centrati». È una prospettiva diversa ma interpellante.

Quanto si è sfasati, sfalsati, sfocati, sfilacciati. La bellezza del Re-Umanesimo è quindi il ripartire da se stessi, con un rispetto che è autostima. Quando non c’è, è proprio il caso di dire - qui nel confessionale - «Che peccato!».

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