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"L'Atlante dei nuraghi? Un passo fondamentale per conoscere la nostra storia"

Intervista a Pierpaolo Vargiu, presidente dell’ Associazione La Sardegna verso l’Unesco. “Lanciamo un esperimento di archeologia partecipata, un’alleanza tra istituzioni e cittadini uniti per conoscere davvero il nostro patrimonio archeologico”

"L'Atlante dei nuraghi? Un passo fondamentale per conoscere la nostra storia"

È un percorso iniziato quattro anni fa quello dell’associazione La Sardegna verso l’Unesco. Un lavoro sviluppato, con il coinvolgimento della società civile sarda e delle istituzioni, per portare la civiltà nuragica al riconoscimento come patrimonio dell’umanità. Una missione che punta non solo alla valorizzazione culturale, ma anche allo sviluppo economico dei territori, e che è al centro della settimana nuragica che si è appena conclusa a Cagliari. Un appuntamento in cui si è parlato anche dell’avvio del percorso verso il primo Atlante della Sardegna nuragica. Una mappatura di tutti i nuraghi sardi che unirà nuove tecnologie, ricerca scientifica e partecipazione civica per individuare e tutelare i monumenti più antichi dell’Isola.

Presidente Vargiu, cosa rappresenta per lIsola linizio del percorso verso lAtlante della Sardegna nuragica?

“L’Atlante dei Nuraghi non è soltanto un progetto tecnologico: è un gesto identitario. È il percorso con cui la Sardegna vuole finalmente raccontarsi al mondo, ma prima ancora a sé stessa. E’ il primo passo per conoscere la civiltà nuragica, la premessa per restituire all’Isola il posto che le spetta nella storia del Mediterraneo e nell’immaginario globale. E’ anche un esperimento di archeologia partecipata: entro il 2026 i cittadini potranno segnalare nuovi siti, caricare immagini, correggere posizioni e contribuire alla costruzione di una banca dati condivisa. Questa mappatura attraverso il geoportale “NuragicReturn” integrerà dati provenienti da droni, fotografie aeree, rilievi topografici, archivi storici e contributi delle comunità locali. Uno strumento capace di supportare la ricognizione dei siti e la valutazione dei rischi connessi ad alluvioni, instabilità del terreno, terremoti e fenomeni di degrado ambientale, diventando così un presidio per la protezione del territorio”.

Quanto è vasto e articolato il patrimonio nuragico?

«La sua portata è ancora sottovalutata. Pensiamo ai Giganti di Monte Prama, a Su Nuraxi, ai pozzi sacri, alle tombe di giganti, a migliaia di torri sparse in tutta l’Isola. Ora per la prima volta tutti i cataloghi disponibili sono stati integrati in un’unica piattaforma, avviando un processo di verifica scientifica condivisa. Oggi il sistema censisce oltre 10.400 monumenti — 9.600 siti e 1.200 complessi — e continuerà ad ampliarsi grazie al lavoro finanziato dal PNRR, svolto insieme al Dicaar e alla cattedra di archeologia pubblica dell’Università di Cagliari. Ogni utente può segnalare mancanze, correggere localizzazioni, inviare materiali che aiutino a raccontare il legame tra territorio e comunità. La vera sfida è rendere visibile al mondo un patrimonio che, incredibilmente, è ancora poco conosciuto».

I nuraghi però spesso sono difficilmente accessibili.

“È vero, ed è un nodo che si sente in maniera molto concreta. Per questo la Regione ha messo in campo un intervento strutturale che, finalmente, ha una prospettiva stabile e non condizionata dai cambi di governo. Sono stati stanziati 34 milioni di euro, già trasferiti ai Comuni, che saranno utilizzati seguendo linee guida comuni definite tra Regione, Università e Soprintendenze.. Le azioni riguarderanno accessibilità, gestione, fruizione e digitalizzazione, e soprattutto metteranno in relazione, in modo coordinato, tutti i soggetti che hanno competenze sul patrimonio. È importante fare rete ovvero non solo valorizzare i monumenti, ma anche ciò che ogni territorio può offrire: filiere economiche locali, risorse ambientali, percorsi storici e minerari. Un progetto condiviso diventa il fondamento per definire l’identità collettiva con cui la Sardegna vuole presentarsi sulla scena internazionale”.

Che impatto economico potrebbe avere tutto questo?

“Una ricerca stimava un aumento potenziale di un milione e mezzo di visitatori e un incremento del PIL di circa un miliardo. Ma l’effetto non riguarda solo il turismo: Nessuno vuol negare l’importanza di flussi turistici nuovi e destagionalizzati, che sono sicuramente parte integrante del progetto. Il nostro obiettivo è però strategico per l’intera economia sarda perché mira a rappresentare un valore aggiunto di tutte le filiere economiche e non soltanto di quella turistica. Poi c’è una questione di posizionamento e di immagine. Una Sardegna che racconta chiaramente sé stessa rafforza il valore dei suoi prodotti — olio, artigianato, agroalimentare — e diventa più attrattiva anche per chi sceglie di vivere o lavorare qui, come i nomadi digitali”.

Ma il popolo dei nuraghi quali caratteristiche aveva?

“Di certo era una società evoluta e dinamica già millenni prima di Cristo, con una vitalità culturale e demografica sorprendente. Le testimonianze preistoriche e protostoriche dimostrano che l’Isola occupava un ruolo di primo piano nel Mediterraneo antico. Sappiamo con certezza che la Sardegna intratteneva rapporti con Creta, con l’Oriente e con l’Occidente mediterraneo. È un campo di studio in grande espansione. Per questo collaboriamo con le università sarde e con la Duke University: l’intelligenza artificiale consentirà di produrre analisi e modelli che richiederebbero anni di lavoro, aprendo scenari nuovi sia nella ricerca sia nella narrazione della civiltà nuragica”.

Quale obiettivo si prefiggeva la settimana nuragica?

“È stato un passaggio decisivo, anche in vista della candidatura Unesco, che necessita di tempo e di una consapevolezza diffusa. E’ importante ad esempio sottolineare la mostra dei progetti e degli interventi realizzati grazie all’aiuto di tutte le istituzioni sarde e di tanta gente comune. Il progetto va avanti solo sulle gambe di tutti i sardi. In Sardegna non c’è ancora la percezione che i nuraghi possano incidere concretamente sul futuro dell’Isola.

Continuo a ripetere che il patrimonio nuragico deve generare lavoro, opportunità, prospettive per i giovani. Non è un bene da conservare in perdita: può diventare una grande leva di sviluppo e regalare centralità a tutta l’Isola”.

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