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Quel neonato di Bergamo non è stato abbandonato. Ci è stato consegnato per avere un altro futuro

Quella mamma ha dato la vita a suo figlio due volte: qualche giorno prima quando lo ha partorito e domenica quando lo ha posto nella mani della società per dargli quanto lei non si riteneva in grado di garantirgli

Quel neonato di Bergamo non è stato abbandonato. Ci è stato consegnato per avere un altro futuro
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Domenica scorsa, nella mia città di Bergamo, è stato lasciato un neonato nella «Culla per la vita», una struttura realizzata per permettere alle donne in difficoltà di lasciare, totalmente protetti, i neonati, nel pieno rispetto della sicurezza del bambino e della privacy di chi lo deposita. Sul territorio nazionale ce ne sono circa 60. Dotata di riscaldamento e di comfort, oltre che di sensori di allarme 24 ore su 24, garantisce immediato soccorso. A Bergamo è presente dal 2007, per iniziativa dell'Associazione Italiana Donne Medico, in collaborazione con il Comune, la Diocesi, il Centro di aiuto alla vita. Venne collocata presso il Monastero delle Suore Domenicane di clausura, Matris Domini. Nel 2019 è stata traslata presso la sede della Croce Rossa in contatto diretto con il vicino nuovo Ospedale Papa Giovanni. Il luogo è in grado di assicurare la massima riservatezza, in quanto non ci sono telecamere esterne, ma solo una interna che, puntando sulla culla non inquadra il genitore.

Mi sono chiesto: se quella madre venisse in confessionale a confidarmi questa sua scelta sarei capace di dirle qualcosa? Ho immaginato quella donna partire da casa con il cuore in gola, dopo aver sistemato e vestito bene il suo bimbo, arrivare all'incrocio trafficato da persone anonime e indifferenti, esitare con le lacrime agli occhi e il un nodo in gola ad aprire quella culla per adagiarci piano suo figlio. Le sue mani esitano e tremano. Una carezza, un sorriso e poi quella fatica tremenda di chiudere la porta tra lei e lui. La vedo nascosta in un angolo della piazza, forse alla vicina fermata dell'autobus fingendo indifferenza, a cercare di intuire cosa succede, a cercare di percepire il vociare dei soccorritori, a cercare di affrontare il suo presente e di pensare il futuro di quel neonato. Chissà se un giorno capirà che chi lo ha messo al mondo lo ha amato così tanto da metterlo in un mondo diverso, dentro una culla per la vita, per una vita migliore. Una scelta che chiede una forza enorme.

Per chi guarda dall'esterno è abbandono: «È stato lasciato un bambino» si dice con leggerezza. Credo invece che si debba dire: «Ci è stato affidato un bambino». Quella mamma ha dato la vita a suo figlio due volte: qualche giorno prima quando lo ha partorito e domenica quando lo ha posto nella mani della società per dargli quanto lei non si riteneva in grado di garantirgli, chissà per quali enormi motivi. A osservarla dal dentro è una forma estrema di protezione. Ha scelto di spezzarsi, di spezzare il proprio cuore, di spezzare la sua vita perché suo figlio potesse restare intero. Ha deciso di fare un passo indietro per permettere a suo figlio di fare passi avanti. Mi emoziona rileggere il biglietto che lei lascia accanto al figlio, come se fosse un passaporto per il viaggio verso il futuro: «Ti auguro una vita piena di gioia e di serenità, che in questo momento non ti possiamo dare. Ma sei stato tanto amato. Ti amo tanto». «Non ti possiamo dare», scrive al plurale, segnando un orizzonte di coppia e di famiglia, come scelta condivisa. «Ti auguro ti amo tanto» è e resta il cuore di mamma, suo, unico, singolare, nel momento in cui lo toglie dal suo utero e lo pone in un altro utero, quello di una «culla per la vita» che si farà casa ma che non conoscerà mai. «Sei stato tanto amato»: la decisione di questa mamma non è assenza di amore bensì mancanza di mezzi in una condizione di estrema difficoltà. Non è assenza di sentimenti, ma è l'aver esaurito ogni alternativa possibile. Nessuna madre dovrebbe mai trovarsi nella condizione di dover scegliere tra l'amore per il proprio figlio e la sua sopravvivenza.

Ogni volta che una persona è costretta a separarsi dal proprio figlio, non è solo una tragedia individuale: è un dramma sociale. Il vagito di vita del neonato copre il grido silenzioso della madre che tuttavia raggiunge ciascuno scuotendo le coscienze, insieme all'urlo di ogni genitore che per motivi diversi si vede costretto a staccarsi dal figlio, per malattia, per incidenti, per guerre, per violenze, per passi falsi, per decisioni oscure. Pietro - come è stato chiamato il bambino che ci è stato consegnato e affidato domenica scorsa, dal nome del primo soccorritore che lo ha accolto - sorride oggi a ciascuno di noi.

Siamo complici della scelta della madre e siamo corresponsabili del futuro del neonato. Pensare al sorriso del neonato e allo sguardo della madre ci insegni a gustare la vita senza tanti brontolamenti sui nostri problemi che sono proprio poco e a renderci conto di quanto siamo fortunati, amati, accuditi.

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