Sto leggendo tutti, dico tutti, gli articoli sulla ricostruzione del presunto omicidio di Chiara Poggi ad opera di Alberto Stasi. E vi confesso: dimostrare prove alla mano tutte quelle suggestioni sarà una grandissima, enorme impresa.
Vi ricordo che in un processo ogni singolo passaggio deve essere dimostrato, non solo ipotizzato. Ora sembra tornare tutto, ma… dove sono le scarpe che avrebbe indossato? E la bicicletta che è stata vista? E come dimostriamo efficacemente che il suo alibi non regge? Voglio dire: calma e gesso, che il processo è lungo e per ora la difesa non ha ancora parlato. Non vorrei ritrovarmi tra 18 anni, dopo aver scagionato Stasi e ingabbiato Sempio, a scoprire un nuovo possibile killer. Finiremmo con l’aver spedito in carcere due innocenti per oltre 10 anni e questo non è ammissibile. Capite?
Leggo sui giornali: “Andrea Sempio, unico accusato dell’omicidio di Chiara Poggi”. Ehm: toc toc, vi ricordate che il teorico killer è già stato condannato? Al massimo, gli accusati ad oggi sono due.
Ma è normale che l’intercettazione di Sempio su Garlasco sia uscita così dall’inchiesta? Io non so se il colpevole del delitto di Chiara Poggi si chiama Andrea Sempio, oggi indagato per quell’omicidio forse per motivi passionali, o se si chiama Alberto Stasi, indagato, processato mediaticamente, assolto un paio di volte e infine condannato in via definitiva. Non so nemmeno se si tratti di un terzo signore, a noi sconosciuto: non sta scritto da nessuna parte che per liberare Stasi sia necessario condannare Sempio. So però che su Garlasco abbiamo già fatto l’errore di disegnare il killer perfetto, al tempo era il biondino con gli occhi di ghiaccio, salvo poi ritrovarci 19 anni dopo a fare lo stesso processo di mostrificazione contro un altro indagato. Tuttavia, se oggi siete convinti della colpevolezza di Sempio, unico autore del delitto, bisognerebbe allora rileggere criticamente quello che è stato scritto su Stasi, fare un po’ di autocritica e magari essere più cauti stavolta. Parliamo ad esempio dell’audio dell’intercettazione in cui Sempio confesserebbe di aver parlato al telefono con Chiara, di averle fatto delle avance (rifiutate) e di aver visto il famoso video intimo con Stasi. Non staremo qui a spiegare che, secondo i legali della difesa, si tratta di un soliloquio di commento a un podcast, versione che potrebbe magari essere smentita. Discutiamo solo di un principio: perché il testo dell’intercettazione è stato dato in pasto alla stampa se, come trapela dalle agenzie, la Procura avrebbe informato l’indagato di non aver ancora chiuso le indagini? E perché il testo di quella intercettazione, incomprensibile ai più senza conoscere il contesto e il tono, è stato diffuso prima che la difesa potesse ascoltare il nastro e avere il testo fisicamente sotto mano? Non difendo Sempio. E so anche di non raccogliere molte simpatie. Ma difendo un principio: per condannare un presunto innocente bisogna portare le fonti di prova in tribunale, dare tempo alla difesa di presentare le proprie controdeduzioni e discuterne davanti a un giudice. Questi indizi che finiscono a spizzichi e bocconi sulla stampa, lo confesso, sanno più di processo mediatico che di giustizia giusta.
Quindi fatemi capire. Da una parte ai David di Donatello si invoca l’indipendenza dell’arte e della cultura dalla politica (addirittura la De Angelis sostiene che bisogna tornare a fare film impegnati socialmente e politicamente), poi però quando un intellettuale indipendente (Buttafuoco) decide in libertà di trasformare l’arte in ponte e non in muro, aprendo alla Russia, ecco che lo si accusa di non allinearsi alle richieste dell’Europa, delle sanzioni e del governo stesso. Mi spiegate che logica c’è?
Viviamo in un mondo stupendo. Allora. Sul caso Minetti uno dei motivi per cui si vorrebbe contestare la grazia all’ex consigliera è la presunta irregolarità dell’adozione del figlio in Uruguay. Non so se sia vero o meno, non è di questo che intendo parlare. Però oggi leggo che i media riportano le testimonianze di un ex compagno della madre del bambino, madre tossicodipendente, che lamenta il fatto che l’istituto dei minori (Inau) le abbia impedito di vedere il bambino quando si è presentata presso la sede. Scrive l’Ansa che “secondo i registri dell'ospedale Pereira Rossell, dove il bambino è nato, la madre è stata con il neonato per i primi otto giorni. Dopodiché, è intervenuto l'Inau e González Colinet non ha più avuto praticamente contatti continui con il figlio”. Ora, a me va bene tutto. Indigniamoci per le pratiche dell’Uruguay sulla protezione dei minori e le adozioni. Ma se vi scandalizzate per questo, come mai tacete di fronte alla Famiglia nel Bosco? Cosa sta facendo, di molto diverso, la giustizia italiana a quei tre bambini se non privarli della madre? Vi ricordo che nel caso di María de los Ángeles González Colinet parliamo di una tossicodipendente. Nel caso dei Trevallion, invece, la colpa è quella di averli fatti crescere nel bosco senza abbastanza socializzazione. Per questo sono stati tolti alla famiglia, a cui è pure impedito di stare vicino alla figlia malata in ospedale senza la presenza di un educatore nominato dal tribunale. Chi sarebbe peggio, scusate?
Mi spiega, il ministro Carlo Nordio, perché “graziare” Sigfrido Ranucci e querelare invece Bianca Berlinguer o Mediaset? In fondo è stato lui, non lei, a dire ciò che ha detto. E che doveva fare l’azienda, accopparlo in diretta con un cecchino non appena iniziava a dire le sue fantasticherie? Mah. Se vuoi querelare, quereli chi ha sostenuto il presunto falso. Non il media che l’ha trasmesso in diretta.
Garlasco ci ha rovinato. Ha rovinato la stampa, che sta dimostrando tutti i suoi limiti. E ha rovinato la giustizia, che ieri manda in galera un presunto killer e oggi ne accusa un altro.
Giannini l’ha detta grossa. La frase sui disabili e il governo che vivacchia gli è uscita male, ma davvero male. Piccolo consiglio per la prossima volta: sarebbe bastato chiedere scusa, dare la colpa alla diretta (può succedere) e tanti saluti. Invece…