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Anche le macchine assomigliano ai padroni: la Lancia Aurelia de "Il Sorpasso" e Gassman

Nel film di Dino Risi si realizza una simbiosi epifanica tra Bruno Cortona e la vettura su cui trascina a bordo il compìto Roberto Mariani, in un viaggio alla ricerca di sé nell'Italia del boom economico

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Non è mica vero che soltanto i cani assomigliano ai loro padroni. A volte succede anche con le macchine. Prendiamo il caso di Bruno Cortona, il Vittorio Gassman impunito e disinvolto che giganteggia ne "Il sorpasso" di Dino Risi, e della Lancia Aurelia che lo trasporta - assieme a Jean Louis Trintignant - per le strade dell'Italia centrale. Paraculo e ribaldo, eppure signorile nelle movenze Cortona, elegante e seducente all'apparenza la vettura, ma in fondo superata dall'avvento di altri modelli che la fanno apparire un acuto fuori tempo massimo.

Era stata appositamente pensata per il mercato americano, la B24 Spider. Del resto, a cominciare dagli anni Cinquanta, l'idea di potersi spostare a bordo di una convertibile, il vento che ti sfregava capelli e pupille, aveva molto a che vedere con una rivalsa montante. Si voleva essere ribelli e indipendenti. Liberi e stilosi. Concetti che attecchivano facile negli States, e figuriamoci se noi non allungavamo il collo per scopiazzare, sedotti dal fascino del nuovo che divampava oltre oceano.

Si prestò a produrla, annusandone il potenziale successo, Battista Pininfarina. Anche perché la carrozzeria Ghia, di Mario Felice Boano, aveva chiesto il disegno a Giovanni Michelotti ma poi non aveva le forze per far proliferare il prodotto. Inizialmente ne sfornò 400 modelli. La prima linea di montaggio si accese nel 1954 e rimase attiva fino al '58. All'epoca costava un botto: circa 2 milioni e 800mila lire. Roba accessibile soltanto da un certo ceto sociale in su. Montava a bordo il tribale clacson tritonale FIAMM, roba che faceva rabbrividire e sobbalzare al contempo. Per il film di vetture ne dovettero usare un paio, perché una serviva come controfigura. Comunque entrambe riportavano la stessa stuccatura non rifinita sul parafango anteriore destro e sulla portiera, per volontà stessa degli sceneggiatori. L'auto doveva essere propaggine del protagonista e quell'inestetismo ricercato sapeva di opera incompiuta, di vita da spremere troppo in fretta per gingillarsi dal carro attrezzi. Di approssimazione e edonismo da quattro soldi.

Il motore che la sospingeva era un ambizioso V6 da 2451 centimetri cubici, con una potenza di centodieci cavalli ed una velocità massima di 172 km all'ora, una volta lanciata. Gli interni erano in pelle Connolly e il colore che rivestive quelle curve pretenziose, eppure ammiccanti, differiva tra le due versioni acquistate di seconda mano per il film, ma tanto il bianco e nero sparato nei cinema questo non poteva raccontarlo.

Però era una macchina che, come Bruno Cortona che la guida, pretendeva di raccontare più di quel che poteva veramente. Rabberciata, come la vita dell'esuberante trentaseienne che ciondola per le strade romane la mattina di Ferragosto del 1962. E un'icona decaduta, visto che nel '60 la Lancia ha messo sul mercato una nuova versione, la Flaminia Touring Convertibile, che diventa presto il nuovo che strepita e circuisce, con buona pace dei modelli più attempati. Una vita che si trascina lunghi i riflessi dei fasti che furono, esattamente come quella dell'esuberante ma già malinconico Gassman che trascina a bordo il riluttante Trintignant.

Malgrado questo, sia la Lancia Aurelia che Cortona provano a fare spallucce di fronte alle offese di un tempo che chiede già il conto, che inchioda un certo modo di intendere la vita alla croce delle sue inevitabili conseguenze. Trintignant è un protagonista vero e palbabile, ma appare comunque un terzo incomodo dentro una relazione già densamente abitata. Una di quelle tra due anime che si riconoscono e si stanno bene, perché sono fatte della stessa tempra.

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