Pirelli, Pechino in ritirata. Silkroad vende il suo 9%

Il fondo cinese potrebbe ricavare tra 520 e 570 milioni. A settembre 2023 aveva rinunciato a rinnovare il patto

Pirelli, Pechino in ritirata. Silkroad vende il suo 9%
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Silk Road, il fondo cinese che tramite Pfqy detiene il 9,02% di Pirelli, ha avviato l’uscita dall’azionariato della società guidata da Marco Tronchetti Provera. Il fondo ha scelto come modalità di cessione una procedura di collocamento accelerato, mettendo a disposizione poco più di 90 milioni di azioni, pari appunto all’intera partecipazione detenuta del 9,02 percento. La guidance di prezzo è tra un minimo di 5,69 euro per azione e un massimo di 6,19 euro, corrispondente alla quotazione di chiusura di ieri in Piazza Affari. Il valore minimo corrisponde a uno sconto dell’8,1%. Il ricavato lordo per Silk Road in caso di vendita totale del pacchetto oscillerà perciò tra 520 e 570 milioni. I book si sarebbero chiusi in poche ore, con una domanda molto superiore all’offerta spingendo così al rialzo il prezzo che, nell’ultima guidance al mercato si attestava a 5,76 euro. Il collocamento è coordinato da JP Morgan, con BofA Securities e Hsbc come joint bookrunner. Si ricorda che il fondo cinese è presente anche nel capitale di Autostrade per l’Italia con il 5% circa.

Va segnalato che l’operazione non ha sorpreso più che tanto: era infatti attesa dopo che a settembre il fondo cinese aveva rinunciato a confermare la propria partecipazione al patto di sindacato cui fa capo il controllo di Pirelli. Nessuna indicazione circola invece sulla volontà di Sinochem e Marco Polo, le due realtà cinesi cui fa capo complessivamente il 37,01% di Pirelli e che probabilmente manterranno la posizione a fianco di Mtp/Camfin (20,6%) e Brembo (6%). I cinesi, controllati direttamente dallo Stato e dal Partito comunista, erano entrati in Pirelli nel 2015 investendo circa 7 miliardi (di cui 4 di debiti rilevati). Tronchetti Provera, che ha sempre mantenuto il comando nonostante la sua Camfin avesse allora solo il 14%, grazie ai capitali forniti da Pechino ha potuto rimborsare larga parte del debito con le banche italiane ed evitare che di Pirelli si impadronissero i fondi locusta.

Va ricordato che, nell’autunno 2016, fu il presidente cinese, Xi Jinping ad affermare pubblicamente in una riunione di manager pubblici che «il Partito comunista cinese conta più di ogni cda perché è la radice e l’anima della società». E aveva teorizzato che le aziende partecipate all’estero fossero «un prolungamento dell’azione del PCC anche oltre i nostri confini». Sette anni dopo, il proposito ha rischiato di realizzarsi anche in Pirelli.

Dopo aver garantito per anni che i soci cinesi non sarebbero mai stati un problema, nella scorsa primavera il nodo è emerso con grande chiarezza anche relativamente a Pirelli, mettendo Palazzo Chigi nella condizione di intervenire con l’esercizio del Golden Power, di fatto limitando il peso dei soci cinesi nelle decisioni più strategiche, soprattutto a quelle sullo sviluppo tecnologico della società. Uno dei motivi dell’intervento è stato anche il lancio degli pneumatici con microchip, che permetteranno una puntuale geolocalizzazione dei mezzi.

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