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La vera partita dell'energia

Il vero nodo non è quindi scegliere tra fossile e rinnovabile, tra passato e futuro. Focus sul ritorno al nucleare con un’intervista al ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica. L'evento è ad accesso libero fino ad esaurimento posti previa iscrizione cliccando questo link

La vera partita dell'energia

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C'è un numero che l'Europa non ama pronunciare ad alta voce: 396 miliardi di euro. È quello che il continente ha speso nel 2025 per importare idrocarburi, una cifra pari al 2,5 per cento del PIL comunitario. Sarebbe il prezzo della dipendenza, se non fosse anche il prezzo di una scelta: quella di non avere una politica energetica industriale degna di questo nome, sostituita negli ultimi vent'anni da una narrazione verde che ha prodotto più sussidi che kilowattora.

Per capire dove siamo, conviene partire da dove eravamo. Fino al febbraio del 2022, l'Europa comprava dalla Russia circa il quaranta per cento del suo gas naturale. Era un'architettura energetica costruita su gasdotti, prezzi convenienti e una scommessa geopolitica: che il commercio potesse essere più forte della storia. La scommessa ha perso, e con essa è crollata anche la favola della transizione ordinata, quella in cui si chiudevano le centrali a carbone, si smantellava il nucleare e le pale eoliche avrebbero pensato al resto.

La risposta europea alla crisi è arrivata sotto forma di GNL, gas naturale liquefatto, trasportato su navi cisterna dai terminali americani o dal Golfo Persico. Nel 2025 l'Unione ha importato oltre 140 miliardi di metri cubi di GNL, con gli Stati Uniti responsabili di circa il 58 per cento del totale. È gas fossile, come quello russo: più costoso, più lontano, più esposto alle rotte marittime. La differenza è che ora bisogna importarlo di più, non di meno, perché le rinnovabili non garantiscono continuità di fornitura e l'Europa ha smesso di investire in capacità produttiva stabile.

L'Italia in questo quadro occupa una posizione meno fragile di quanto si racconti. Circa il trenta per cento del GNL importato proviene dal Qatar, è vero, e ogni crisi nel Golfo si riflette sui prezzi. Ma il governo ha investito sulla diversificazione: nuovi accordi con Algeria, Egitto, Congo e Mozambico, una rete di forniture che l'ENI ha costruito in decenni di lavoro nel Mediterraneo e nell'Africa subsahariana. Gli stoccaggi italiani sono tra i più alti d'Europa, oltre il cinquanta per cento, mentre la Germania, che ha scelto di fare a meno del nucleare per inseguire le rinnovabili, è sotto il trenta. La sicurezza energetica non si misura soltanto con i prezzi, ma anche con la capacità di reggere uno shock. E su questo l'Italia regge meglio di molti.

Il divario di prezzo con la Spagna, spesso citato come prova del ritardo italiano sulla transizione, racconta una storia più complicata. Madrid paga meno perché ha più ore di sole e vento e perché ha invertito capitale pubblico ingente nelle rinnovabili. Ma in Spagna le ore con prezzi negativi o nulli, oltre cinquecento nel 2025, sono anche ore in cui i produttori tradizionali vengono espulsi dal mercato senza recuperare i costi fissi, creando un sistema instabile che funziona con il sole e vacilla senza. L'intermittenza non è un dettaglio tecnico da risolvere in futuro: è il problema centrale di un modello che ancora non ha trovato una soluzione di stoccaggio scalabile e conveniente.

Non è un caso che la Germania, che più di ogni altra ha investito sull'Energiewende, pagasse comunque 112 euro per megawattora nei primi mesi del 2025, con un'industria manifatturiera che ha cominciato a delocalizzare proprio per sfuggire ai costi dell'energia. Il modello tutto-rinnovabili ha un prezzo che non sempre appare nelle tabelle di confronto: quello delle centrali a gas di riserva che devono stare accese o in standby per coprire le ore buie e senza vento, pagato da tutti attraverso le tariffe.

Eppure gli spiragli esistono, e l'Italia è meglio posizionata di quanto ammetta. L'ENI ha già avviato investimenti nell'idrogeno e nelle bioenergie, e la rete di gasdotti mediterranei potrebbe diventare un'infrastruttura duale, capace di trasportare sia gas naturale che idrogeno verde prodotto in Nord Africa. Non è ideologia: è ingegneria applicata alla geopolitica, la stessa logica che ha guidato cinquant'anni di politica energetica italiana nel Mediterraneo. Il nucleare di nuova generazione, che il governo sta seriamente valutando con i reattori di quarta generazione, potrebbe fornire quella capacità di base stabile che le rinnovabili da sole non possono garantire.

Il vero nodo non è quindi scegliere tra fossile e rinnovabile, tra passato e futuro. È costruire un sistema che sia insieme sicuro, stabile e pulito, nell'ordine in cui queste tre qualità diventano indispensabili quando arriva l'inverno. La transizione è necessaria, ma la velocità deve rispondere alla fisica dei sistemi energetici, non agli slogan delle conferenze climatiche.

Finché l'Europa continuerà a chiudere centrali nucleari per aprire parchi eolici offshore, e poi a riaprire le importazioni dal TurkStream quando il vento non soffia, starà recitando una parte, non costruendo una soluzione. E le parti, sul mercato dell'energia, costano esattamente come il gas.

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