Era inevitabile. Giorgia Meloni non poteva non firmare il documento dei leader europei che rivendicano la sovranità della Danimarca sulla Groelandia. Si possono privilegiare i rapporti con gli Stati Uniti, scegliere il ruolo di ponte tra le due sponde dell'Atlantico, ma quando la questione riguarda la sovranità di un paese europeo su un pezzo di Europa non è possibile tirarsi indietro. Si tratta di un limite invalicabile. Perché al di là delle affinità politiche e degli interessi di parte ci sono questioni su cui non sono ammessi giochi o tattiche. E la sovranità di un paese sui propri territori per cultura e, in fondo, per ideologia sono confini che non si possono oltrepassare specie per una leader che ha la storia della Meloni. Sarà un paradosso ma non puoi essere "trumpiano" e, contemporaneamente, nazionalista, sovranista o europeista su temi del genere. Devi scegliere. La Meloni non poteva tirarsi indietro. Si sarebbe ritrovata in una terra di nessuno: fuori dal nucleo dei paesi (e dei leader) che contano in Europa; e fuori dalla sponda sovranista che se ha protestato con Trump per l'intervento in Venezuela (vedi la Le Pen) sulla Groenlandia è probabilmente ancora più infastidita dalla politica della Casa Bianca.
Il punto è che il mondo è troppo cambiato per non mettere in discussione i tabù e le convinzioni di ieri. La Meloni ha il coraggio di farlo rispetto ad altri leader del centrodestra italiano e le va dato atto. Con un interlocutore volubile e imprevedibile come Trump bisogna affidarsi al buonsenso e al pragmatismo aggiornando le proprie posizioni di un tempo costantemente. Sapendo che c'è una sottile linea rossa su cui i paesi dell'Unione debbono resistere all'intraprendenza di Trump per non essere trasformati in semplici comparse di secondo ordine al cospetto del nuovo ordine mondiale e la difesa di ogni lembo d'Europa dal desiderio espansionistico dell'attuale amministrazione americana è il primo punto irrinunciabile.
Quindi sul caso Maduro si può anche fare buon viso: difendere un dittatore brutale non è commendevole né a destra, né a sinistra. Semmai bisogna esercitare una sorta di moral suasion per convincere Trump che mantenere al suo posto la vice di Maduro per troppo tempo non è accettabile per i paesi europei ma è necessario affidare in termini relativamente brevi il Venezuela a un presidente legittimamente eletto amico dell'Occidente. È un epilogo di cui il presidente Usa, al netto dei suoi proclami, è consapevole.
Sulla Groenlandia invece la richiesta di Washington è irricevibile senza l'assenso della Danimarca che non c'è: non si possono porre degli ultimatum a un paese che fa parte della Nato e dell'Unione Europea. Salterebbero entrambi i trattati. Il dato positivo, però, è che grazie a Trump l'Europa ha scoperto di possedere un territorio strategico come la Groenlandia che va difeso e sfruttato magari in collaborazione con gli Stati Uniti. Può apparire un'assurdità ma è la verità.
Siano all'eterogenesi dei fini. Nella sua follia The Donald ha il merito di mettere la Ue di fronte alle sue responsabilità: è successo con la Groenlandia e anche sull'Ucraina visto che con la decisione dei paesi volenterosi di ieri a Parigi (presente pure la Meloni) l'Europa garantirà in prima persona, addirittura sul piano militare, un possibile accordo di pace di fronte a future aggressioni della Russia: l'Italia, si sapeva, non manderà soldati in Ucraina come l'Inghilterra e la Francia ma se Putin ci riproverà difficilmente potrà tirarsi indietro. Non è poco. Un anno fa nessuno ci avrebbe scommesso. Con i suoi tempi e per sopravvivere l'Unione sta diventando grande. Vale anche per il Belpaese. O accetta la prospettiva di un sovranismo europeo, parafrasando Trump, la filosofia M.E.G.A.
(Make Europe Great Again), per conquistare un ruolo nel nuovo ordine mondiale. O si accontenta di diventare il 51esimo Stato americano nel Mediterraneo. O, peggio, la località turistica preferita della nomenklatura comunista cinese.