Un bambino che scompare è una disperazione senza fine

Qualunque genitore teme più di tutto la morte di un figlio. Può esistere qualcosa di peggio? Forse sì: non saperne più nulla

Alta, giovane, italiana. La ladra di bambini è calma, padrona di sé. Siamo a Nocera Inferiore, Salerno, e sono le ore quattordici. Con il suo camice bian­co si presenta alla madre, che ha partori­to un bel bambino solo tre ore prima. La madre sta  bene e si trova in camera con la cognata e col bambino. La ragazza prende il bambino - niente di strano, è il suo mestiere - ed esce. Le due donne continuano a chiacchierare.

Da questo momento del bambino non si saprà più niente. Quando i nonni si accorgono che qualcosa non va, sono già passate due ore. Allora ci si mette a cercare una donna col camice bianco, una Fiat Uno vecchio tipo, color verde,più-sembra-un’altra donna. Ma quanti vestiti, quante automobili si possono cambiare, nel giro di due ore?

La mia speranza è che questo articolo non serva a niente, che venga cestinato perché nel frattempo il bambino è stato ritrovato, sano e salvo. O che venga letto mentre i titoli dei tg del mattino annunciano il lieto fine della storia. Ma c’è un’ombra, un cono d’ombra nel quale è finito un essere umano, un piccolo essere umano senza difese. Potrà uscirne presto, lui: ma quell’ombra rimane. Quello che era nato dalla carne e dal sangue, e prima ancora dall’amore, adesso è invisibile, di lui non si sa più niente, nemmeno se sia vivo o morto. Dove sarà? Con chi sarà? Come lo tratteranno? E soprattutto: perché non è qui, con noi?

Ho sempre pensato che a un uomo niente possa accadere di peggio della morte di un proprio figlio. Eppure adesso penso che anche un evento così tragico possa far parte del corso della natura, essere accettato come natura. Terribile, come è terribile il leone che uccide la gazzella. Ma già poter dire «è morto» ci dispone, nella sua definitività, a un lutto antico come l’universo: siamo parte di un dolore cosmico.

Invece questa scomparsa è più crudele, e manterrà la sua crudeltà anche dopo la conclusione lieta della vicenda. Se muore il figlio di qualcun altro possiamo sempre dire (vergognandoci un po’) che,be’,per fortuna non è successo a noi. Questo caso invece è diverso. Qui c’è un silenzio che appartiene a tutti, si apre in noi una voragine, i sensi di colpa si moltiplicano, ci scopriamo disattenti, incapaci di aver cura di quello che amiamo. La persona scomparsa scompare in qualche modo anche dentro di noi, dov’è finito?, dove lo abbiamo messo?

Ma, finiti i sensi di colpa, cosa verrà? Me lo chiedo da papà: cosa verrà? La domanda è essenziale, perché mentre il bambino è lontano, invisibile, noi qui dobbiamo decidere, subito, l’atteggiamento da assumere. Potremmo rivederlo tra cinque minuti, potremmo non rivederlo più: ma adesso, qui, ora - non tra cinque minuti ma adesso - si gioca forse definitivamente quello che siamo. Si decide per sempre che uomini siamo.

Vedo due sole vie possibili. O l’inizio di una serie incessante di recriminazioni, di messe in discussione, di accuse a questo e quello, di rimproveri (a sé e agli al-tri), con l’apertura di un’altra voragine non fatta di dolore o di angoscia ma di scontentezza ( che è peggio), con il conseguente logoramento dei rapporti. Oppure la dura ma salutare accettazione di una realtà che si presenta sotto le spoglie di un mistero, di qualcosa che non dipenderà mai da noi, di fronte al quale la cosa più umana che si possa fare è pregare (credenti o non credenti che siamo). In questo caso, forse, a poco a poco la vita può rinascere, più forte.

Poi, naturalmente, c’è il giallo. C’è il puzzle da mettere insieme. Ci sono le anomalie- come ha detto il sindaco di Nocera- , c’è la speranza che qualcuno parli, c’è l’inchiesta, ci sarà un commissario speriamo bravissimo a condurre le indagini. Salteranno fuori i moventi, i sentimenti, le collusioni. Ma un bambino che scompare è come un urlo destinato a non spegnersi più.

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