"Banda armata": a giudizio 36 guardie padane

Rinvio a giudizio per 36 militanti della guardia nazionale padana (<strong><a href="/interni/il_servizio_dordine_lega/24-01-2010/articolo-id=416186-page=0-comments=1" target="_blank">chi sono</a></strong>). Tra loro anche il sindaco di Treviso, Giampolo Gobbo, e il parlamentare Matteo Bragantini. Rienuti colpevoli dal gup di Verona di &quot;organizzare attraverso un’organizzazione armata la secessione&quot;

Verona - Ci sono anche il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo e il parlamentare Matteo Bragantini fra i 36 militanti della Lega Nord rinviati a giudizio nell’inchiesta della procura della Repubblica di Verona sulla guardia nazionale padana. Il processo si aprirà il primo ottobre prossimo. Il rinvio a giudizio è stato deciso dal gup di Verona, al termine dell’udienza preliminare nel procedimento che aveva subito due lunghi momenti di pausa per attendere il pronunciamento dapprima di Strasburgo e poi della Corte Costituzionale, sulla posizione degli indagati che all’epoca ricoprivano la carica di eurodeputati o di parlamentari.

Camicie verdi L’indagine, che aveva preso in esame l’operato delle cosiddette "camicie verdi" e che aveva coinvolto anche i vertici del Carroccio, tra i quali il leader Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, poi usciti definitivamente dall’inchiesta nel dicembre scorso, fa riferimento al periodo tra il 1996 e il 1997. L’inchiesta era stata avviata dall’allora procuratore Guido Papalia. Secondo l’accusa, che nel corso delle udienze ha prodotto una lunga serie di intercettazioni telefoniche, la guardia nazionale padana sarebbe stata allestita con l’obiettivo anche di organizzare attraverso un’organizzazione armata la resistenza e pianificare l’eventuale secessione. I 36 imputati, in gran lombardi e veneti, ma anche piemontesi, friulani, liguri ed emiliani, dovranno comparire in aula davanti al collegio presieduto da Marzio Bruno Guidorizzi.

Zaia non ci sta "La giustizia dovrebbe occuparsi di ben altro che di fatti accaduti in epoche ormai lontanissime. In realtà, al di là del paradosso di una complessa macchina giudiziaria impegnata per decenni in materie nebulose, va registrata ancora una volta la distanza tra quanto accade e quanto si attendono i cittadini" ha commentato in un comunicato il ministro Zaia, esponente della Lega e candidato alla presidenza del Veneto dal centrodestra per le regionali di marzo. "Non credo vi siano evidenze reali a giustificare provvedimenti che riguardano fatti che sarebbero accaduti quando in Italia circolava ancora la lira e le tecnologie oggi in uso comune erano appena agli albori. Bisogna essere capaci finalmente di guardare avanti e di aiutare il Paese a uscire da questo clima" ha concluso il ministro.

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