Basso nel caso doping spagnolo Il Tour lo spedisce subito a casa

Ivan incredulo: «Pago senza aver fatto nulla». Fuori anche Ullrich

Pier Augusto Stagi

Esce da una porticina secondaria, lui che doveva essere uno dei protagonisti assoluti. Esce guardandosi alle spalle, anche se da oggi dovrà solo guardare davanti a sé, perché in ballo c’è la sua immagine, il suo futuro, la sua storia di ragazzo perbene. È uscito di scena così, Ivan Basso. Una fuga che non avrebbe mai voluto fare e che non avremmo mai voluto registrare.
Ivan Basso lascia il Tour, e ci lascia senza parole. Anche lui in verità ne ha poche, ma qualcosa ci dice: «Sono semplicemente incredulo e sconcertato di quanto mi sta succedendo, mi sembra di essere finito in un romanzo di Kafka: altro che signor K... Vado a casa perché il mio nome figurerebbe nella lista dei corridori sospettati. Un paio di intercettazioni telefoniche dove fanno il mio nome sono sufficienti per decretare la mia colpevolezza. Fino ad oggi pensavo che ci fosse la presunzione di innocenza: mi sbagliavo. A questo punto parlerà il mio avvocato».
Tutti a casa. A casa Ivan Basso, a casa Jan Ullrich e a casa altri sette indagati, sospettati, finiti in questo dossier di 500 pagine che la Guardia Civil ha fatto pervenire agli organizzatori della Grande Boucle. Sul Tour de France edizione numero 93, che parte oggi da Strasburgo con un cronoprologo di 7 chilometri, si abbatte l’inchiesta spagnola sul doping ematico e ha un effetto a dir poco devastante. Sembra di essere tornati al ’98 francese o a Madonna di Campiglio.
Tutti a casa per volere delle loro stesse squadre, che da due stagioni a questa parte si sono date una struttura nuova (Pro Tour) e regole interne (codice etico). Al Tour non pare vero: in un sol colpo fuori sospetti e sospettati. «Correremo il Tour più pulito degli ultimi anni», dice orgoglioso Leblanc, patron della corsa francese.
La torrida vigilia del Tour comincia con la sospensione da parte della T-Mobile di Jan Ullrich, Oscar Sevilla e del tecnico Rudy Pevenage. Poi il colpo più duro, doloroso, per noi italiani: fuori Ivan Basso. Fuori per quel nome inserito nel dossier; fuori perché indagato, sospettato di avere a che fare con il famigerato Eufemiano Fuentes, medico che tratta il sangue come se fosse latte: conserva e rigenera.
«Dopo aver esaminato il dossier EGB 116 che la Guardia Civil ha indirizzato al giudice istruttore, l'Uci ha stabilito che i seguenti corridori, iscritti al Tour de France, risultino coinvolti nell'affare: Sergio Paulinho, Isidro Nozal, Allan Davis, Alberto Contador e Joseba Beloki della Astana Wurth, Francisco Mancebo della Ag2r, Ivan Basso della Csc, Jan Ullrich e Oscar Sevilla della T-Mobile. L'Uci sottolinea come il coinvolgimento non significhi che i corridori citati abbiano commesso violazione delle norme antidoping, ma le indicazioni contenute nel rapporto citato risultano sufficientemente gravi e l'Uci ne ha informato i team del ProTour per permettere loro di prendere le opportune decisioni in applicazione del codice etico».
Cade come un birillo in equilibrio precario, Ivan Basso. Su di lui i sospetti per un paio di telefonate e per quel nome in codice, «Birillo», lo stesso che il varesino ha dato al suo cane. Cade e nessuno se ne preoccupa: cade e basta. Biarne Riis parla come se Ivan Basso l’avesse appena conosciuto: fine dell’idilio, fine della simbiosi. «Ci sono regole etiche da rispettare, per questo Ivan Basso non parteciperà al Tour. Ivan mi ha detto che non c’entra, ma è giusto che vada a casa e pensi a difendersi. C’è un giudizio grave. Quale? Il fatto di essere nella lista lo è. Lui avrebbe voluto correre, noi glielo abbiamo impedito. Io mi devo prendere cura del mio team. Ivan pensi a difendersi».
Alle 12.25, nel centro stampa, Christian Proudhomme, direttore dell’Aso, fuga gli ultimi dubbi: «I documenti ufficiali che aspettavamo dalle autorità spagnole sono arrivati. Vengono dalla Guardia Civil e dal ministero degli Interni spagnolo, e sono passati attraverso la Federazione spagnola di ciclismo. Stamattina ci siamo riuniti con le 21 squadre che partecipano al Tour e, all’unanimità, è stato deciso che i corridori coinvolti nell’inchiesta non potranno correre».
Tirano un lungo sospiro di sollievo gli organizzatori del Tour, lo tirano anche i team manager delle squadre Pro Tour, avrebbe voglia di tirare qualcos’altro Ivan Basso, che ripete laconico: «Vado via costretto ad andarmene, ma non ho fatto niente. È un momento delicato, ma io con quel “giro” non c’entro. Non ho in mano una comunicazione ufficiale, so solo che sono tra gli indagati e non so neppure per che cosa. So che devo difendermi, so solo che voglio chiarezza al più presto. Voglio tornare a correre, voglio tornare a vincere per dimostrare a tutti che sono pulito».
Più duro, più amaro, Mancebo, uno degli esclusi che annuncia il suo ritiro dalle competizioni, e lo fa con assoluta chiarezza, alla faccia dei puristi: «Se le squadre applicassero davvero il codice etico, qui non correrebbe nessuno».

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