Bayly: l’educazione sentimentale dell’«Uragano»

È una scrittura senza fiato quella del peruviano Jaime Bayly, una fiumana. Scrive con il respiro di chi corre per raggiungere al più presto un traguardo. La sua scrittura è un’urgenza, una personale catarsi che gli fa ammettere: «scrivere è un’agonia», necessaria per attraversare il groviglio di sentimenti che lo domina, le pulsioni oscure che lo agitano, l’istintivo moto di fuga.
L’uragano ha il tuo nome (Sellerio, pagg. 532, euro 16) è un romanzo che presenta temi consueti per Bayly, presenti già in Non dirlo a nessuno (opera prima scritta nel 1994 e pubblicata in Italia sempre dalla casa editrice palermitana). Oltre cinquecento pagine che sono ricerca estenuante e affermazione vitale della propria identità sessuale, una bisessualità vissuta all’ombra dell’integralismo cattolico di una madre membro dell’Opus Dei e del «maschilismo insolente» di un padre padrone.
«La mamma va a messa ogni giorno con la stessa intensità con cui mio padre, ormai ritiratosi dagli affari, lubrifica e lucida la canna delle sue pistole». Sono abitanti di Lima, «la città che imbruttisce la gente», scrive Bayly, la città dove lui è nato nel 1965 e dove fa nascere Gabriel Barrios, il protagonista, giornalista e presentatore televisivo, ex tossico che si autodefinisce «divetto locale della televisione». Gabriel è spietato e indulgente con se stesso, arriva a dire «sono la caricatura di un uomo», si abbandona a una vita in apparenza regolare e contemporaneamente la combatte.
Il suo percorso è fatto di passaggi interessanti, è un affondo nell’anima, tra buio e luce, un vagare fisico (da Lima a Miami a Washington e poi in Europa, tra Londra, Parigi, Madrid) che sottolinea l’inquietudine di una natura che deve viaggiare libera, riconoscendosi senza paura. Tra conflitti e contraddizioni, fulcro del romanzo è l’amore tra Barrios e una donna, Sofia Edwards, «una droga buona che mi fa ridere» la definisce Gabriel. Un amore testardo quello di lei, che conosce il perdono ma che, come spesso fa credere l’amore, pensa di poter cambiare una natura.
Dalla società benpensante del Perù, chiamato «malattia infettiva», questo «gay tormentato e maschio occasionale» fugge verso il matrimonio con Sofia che gli permetterà di ottenere la cittadinanza negli Stati Uniti. Ma per Gabriel-Jaime la vera liberazione da una vita che è «un brutto film, di serie B, a basso costo e a cinepresa mobile», è la stesura del suo romanzo, terapeutico racconto. «Lì posso essere tutto quello che loro hanno soffocato con quel misto così nocivo di omofobia e zelo religioso».
Ossessione autobiografica quella di Bayly, necessità che invade ogni suo scritto, una terapia che dura da più di un decennio, una denuncia costante sostenuta da un incontro fondamentale, quello con lo scrittore Mario Vargas Llosa, amico di Jaime, che compare nelle ultime pagine di questo romanzo. Un «uragano» che è atto di coraggio compiuto dopo una nascita. Quest’uomo che ama una donna ma non può non amare (e di più) gli uomini, accetta una paternità inizialmente rifiutata che diventa la sua gioia, la sua completezza. «Mia figlia mi educherà all’amore», scrive Bayly-Barrios, ricongiungendosi alle parole dell’amico poeta Roberto Bolano: «L’amore non porta mai niente di buono. L’amore porta sempre qualcosa di meglio».

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