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Dossier classici

Quattro novità in libreria, quattro grandi protagonisti del XX secolo ancora perfettamente attuali e addirittura ancora da scoprire nella loro incredibile ricchezza

Dossier classici

Ci sono autori molto diversi che però hanno contribuito a dare l’impronta alla letteratura italiana del Novecento. I quattro che abbiamo raccolto in questa pagina - Alberto Arbasino (1930-2020), Giovanni Papini (1881-1956), Giovanni Testori (1923-1993) e Grazia Deledda (1871-1936) - sicuramente sono tra questi. E la possibilità di accedere a loro testi meno noti, ma sempre sfiziosissimi, è di quelle che il lettore non deve perdere. Ecco allora quattro libri che consentono di compiere una lunga galoppata che va da Cosima, romanzo postumo e incompiuto della Deledda, all’Autocronologia di Arbasino, un secolo di prose perfette.

Con la "bella pagina" puoi fare molte cose...

Autocronologia (a cura di Raffaele Manica, Adelphi) di Alberto Arbasino è un po' meno e un po' di più di una autobiografia. Un po' meno perché i fatti privati sono banditi o quasi. Arbasino era fieramente avverso a ogni "rievocazione sentimentale e patetica di nonne e bisnonne, e tanti sacrifici tra mangiarini e cuoricini e dispiaceri in casolari e casamenti intimistici". Un po' di più perché queste pagine sono la storia condensata della cultura italiana vista dalla curiosità onnivora di Arbasino. Arbasino era fieramente avverso al circolino degli esperti alla faccia di "ogni mini-territorio esclusivo delimitato da tante pipì accademiche". Uscita a corredo dei Meridiani Mondadori, questa è l'edizione aggiornata al 2020. Impossibile fare una vera sintesi di un libro che contiene centinaia di nomi, da Carlo Emilio Gadda a Monica Vitti, da Pier Paolo Pasolini a Goffredo Parise, da Federico Fellini a Roberto Longhi; e centinaia di spettacoli, film, mostre, in Italia e all'estero. E quindi puntiamo su una sola, fulminante battuta: "Nei vent'anni del fascismo - che sono stati tremendi - era diventata impossibile quella letteratura di tipo ironico e surreale che ho costantemente prediletto. E la dittatura dei prosatori della Ronda - carichi di Premi Mussolini e di potere - era spietata come quella dei pittori novecentisti che rifacevano Piero della Francesca orribile, come di latta. Solo la bella pagina! Con che pesantezza veniva imposta! Ma con la bella pagina io mi pulisco il culo!".

I letterati fanno gruppo e diventano «camorra»

Giovanni Papini (1881-1956), di recente ritenuto indegno di una edizione nazionale, resta uno degli scrittori imperdibili della prima metà del Novecento. Non solo per il suo percorso da agitatore culturale, dalla Voce a Lacerba. Anche per i suoi libri. Ad esempio, questo L'esperienza futurista (Luni) che raccoglie una serie di articoli usciti nel 1913-1914 soprattutto su Lacerba. Furono poi riordinati nella edizione Vallecchi del 1919 e riproposti nel 1927. L'immagine del Papini reazionario, qui esce a pezzi, trattasi di luogo comune della critica. In questo straordinario libro, c'è Papini il rivoluzionario e Papini l'antirivoluzionario. Il Papini che non ne può più dell'accademia e il Papini che ha già intuito dove finirà l'avanguardia: in un museo polveroso. Oggi il tessuto culturale è completamente spappolato e parlare di salotti è comico. Però resta l'attitudine a scalare il potere in cordata. Ed ecco la descrizione perfetta del fenomeno: «Si comincia col mettersi insieme per resister meglio all'inimicizia silenziosa dei mascalzoncelli potenti e delle fame diffamatorie ma dopo, quando entrano i nuovi, ci si trova legati, stretti, e forzatamente falsi come tutti gli aggruppamenti (chiese, partiti, società). Per non darla vinta a quelli di fuori bisogna far finta di ammirare senza condizioni quelli di dentro. La prima banda di amici a forza di buon cameratismo si sdrucciola facilmente nella camorra». Perfetto.

I maestri sono necessari Soprattutto Longhi

Con Roberto Longhi. Lettere e scritti di Giovanni Testori (a cura di Davide Dall'Ombra, Feltrinelli) è una monumentale antologia di lettere. Testori non fu allievo diretto dello storico dell'arte Roberto Longhi, come Pier Paolo Pasolini o Giorgio Bassani o Attilio Bertolucci. Lo ebbe comunque come maestro e punto di riferimento. Conosciamo purtroppo solo le lettere di Testori a Longhi. Mancano invece le risposte. Ma questo volume è molto di più di una raccolta di lettere. Gli apparati imponenti ne fanno anche una biografia parziale ma dettagliata di Testori. Ci sono anche articoli di giornale e testi di conferenze (alcuni inediti) dedicati a Longhi o a sua moglie Anna Banti, altra influenza decisiva per Testori. L'indice dei nomi include figure diversissime di protagonisti del Novecento, Francesco Arcangeli, Giulio Einaudi, Ennio Morlotti, Italo Calvino e mille altri. Nell'inedito Come rifare quel complesso cammino, Testori fa questo ritratto di Longhi: «Ciò che soprattutto affascinava, prendeva e conquistava in lui era quella fusione naturale e continua, quell'amalgama quasi fatalmente indissolubile tra amore e dolore per le cose dell'arte, e amore e dolore per le cose della vita; degli uomini; della società; della storia». Chiaramente, Testori si specchia nel maestro e nella concezione dell'opera d'arte come necessità estrema della vita, atto totale, capacità di portare nel presente le testimonianze del passato.

Romanzo confessione: «Cosima» era lei

Grazia Deledda è l'unica scrittrice italiana insignita del Nobel per la letteratura, nel 1926. Nata a Nuoro nel 1871 in una famiglia della piccola borghesia sarda, crebbe tra codici d'onore intransigenti e una natura aspra. Scrisse da autodidatta, pubblicando i primi racconti a sedici anni, in un italiano imparato quasi da sola. Si trasferì a Roma dopo le nozze, nel 1900, e da lì guardò la Sardegna come ferita mai del tutto chiusa. Morì nel 1936. Cosima (a cura di Dino Manca, premessa di Daniela Brogi, Mondadori), postumo e incompiuto (1937), è il libro in cui Deledda mette in scena se stessa. Non è un'autobiografia dichiarata, ma un romanzo di formazione travestito da confessione, in cui la protagonista porta un nome diverso ma è lei, la bambina di Nuoro che vuole diventare scrittrice in un contesto che non ha parole per questa ambizione. La Sardegna che emerge non è folcloristica: è un luogo in cui una ragazza che pubblica racconti rischia di disonorare la famiglia quanto una che va a ballare con lo straniero. Ciò che rende il libro riuscito è la distanza calibrata con cui l'autrice guarda se stessa bambina: una fredda tenerezza, quasi clinica.

La scrittura non è talento né privilegio, ma un destino che costringe e isola. Lo stile è più asciutto rispetto ai romanzi della maturità Elias Portolu, Canne al vento come se, avvicinandosi alla morte, Deledda avesse deciso di parlare senza metafore.

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