Benedetto sia San Marino lo Stato dell'arte libera

Il piccolo Paese insegna all'Italia che una vera Repubblica non "requisisce" mai la cultura

Benedetto sia San Marino lo Stato dell'arte libera

A Bamiyan, in Afghanistan, a fianco dei Buddha distrutti dai talebani c'era una scritta assai eloquente: «Una nazione è viva quando la sua cultura è viva»: dunque l'Italia è morta. Infatti, non essendoci una guerra, come c'era in Afghanistan, i teatri sono chiusi, i cinema sono chiusi, i musei sono chiusi, le mostre sono chiuse, ma sono aperti tabaccai e parrucchieri (i secondi legittimamente, per ragioni estetiche). I parrucchieri sono gli unici difensori della bellezza. Mentre il ministro promuove leggi, dichiarate «conquiste di civiltà», per parificare i musei agli ospedali come «servizi essenziali» (decreto Colosseo, del 12 novembre 2015) e vani decreti per sostenere il cinema, suggerisco a Conte un ministero per estetisti e parrucchieri, come estremi difensori della bellezza.

Nella Repubblica di San Marino, con i ristoranti di sera, come molti sanno, sono aperti anche musei e cinema e palestre. In considerazione del fatto che lo Stato non è nella Unione europea il lavoro (Articolo 1 della nostra Costituzione) va difeso, e non c'è prova scientifica che il virus abbia maggior forza a Rimini che a San Marino (distanti 20 km) e sia più attivo di sera che di giorno, a cena e non a pranzo, con il medesimo numero di persone, rigorosamente senza mascherina, a mangiare. È la argomentazione convincente del ministro del Turismo Federico Pedini Amati. Dunque, con il primo eroe italiano, Giuseppe Garibaldi, il cui nome va ricordato ai sindaci di Pesaro, Matteo Ricci, e di Fano, Massimiliano Seri, possiamo dire: «Vado superbo di essere cittadino di cotanto virtuosa Repubblica».

Vorrei esserlo anche io, e non vorrei più essere italiano, non vorrei essere cittadino di uno Stato il cui ministro della cultura è Dario Franceschini. Chiudere i musei è imperdonabile, capisco ora perché non ha voluto partecipare, nemmeno da remoto, all'inaugurazione della mostra di Antonio Ligabue a Palazzo dei Diamanti a Ferrara, nostra città, dove il primo giorno, e unico, di apertura, 1000 visitatori sono andati per curarsi lo spirito. Ospedali dell'anima, dunque, i musei come a San Marino, dove in un allestimento perfetto l'arte contemporanea italiana fino a una profetica installazione di Enzo Mari, si dispone sulle pareti, con amore e rispetto: Emilio Vedova, Enzo Cucchi, Pino Spagnulo, Renato Guttuso, Corrado Cagli, Achille Perilli, Renato Birolli, Luigi Ontani, con il provvido allestimento di Rita Canarezza. Come osservava Luigi Mascheroni su questo giornale: «Eccoli, tutti i collegamenti fra il micro Stato secolare e la grande arte del nostro secondo '900. Una collezione di mille, opere concentrate soprattutto tra gli anni '50 e '90, di cui la Galleria - con un progetto realizzato insieme al Museo Maga di Gallarate e curato da Emma Zanella e Alessandro Castiglione - espone una preziosa selezione».

Ma le sorprese di San Marino sono nel lindore delle sue architetture tra Ottocento e Novecento, quadrate e stabili, come la chiesa di sant'Anna, con i rari affreschi neoquattrocenteschi del dimenticatissimo e valoroso Armando Baldinelli, del 1939. È sicuramente notevole e ben ordinato, il Museo di Stato, con le rare testimonianze di Domagnano, comunità potente in epoca gota, come attestano gli ornamenti preziosi della nobildonna che portava gioielli distribuiti tra Norimberga, British Museum di Londra, Torino, Louvre di Dubai; uno solo sopravvissuto a San Marino. Ma tale da far intendere una testimonianza altissima di civiltà. Tocca ora ai due ministri al Turismo e alla Cultura riaccendere l'interesse universale per il prezioso tesoro dei Goti.

E non è la sola emozione: dall'antica pieve di San Marino, di cui rimangono notevoli elementi architettonici e frammenti lapidei romanici e rinascimentali, viene il mirabile polittico di Francesco Menzocchi, nel quale, ad altissima estensione stilistica, si vedono memorie vive di Michelangelo, di Raffaello e di Parmigianino. Vera invenzione è l'Annunciazione nella predella, nella quale si avverte anche il vento di Lorenzo Lotto. Tra i capolavori, il solenne San Filippo Neri del mesto Guercino ai suoi tardi anni, cui si deve anche la semplice icona di San Marino conservata al Palazzo Pubblico. Mirabile l'Allegoria della giustizia, di contrastata potenza, di Bernardino Mei, donna fascinosa e turbata; l'Allegoria della Musica di Matteo Loves, e la Madonna della rosa di Elisabetta Sirani. Tra i vertici della pittura del Settecento, il San Marino che solleva la Repubblica, con gesto ampio e magniloquente, alludendo alla felice conclusione di un drammatico e memorabile momento della storia sanmarinese: l'occupazione del territorio della Repubblica da parte delle truppe pontificie, per ordine del cardinale Giulio Alberoni legato di Romagna, cui oggi si ispira con i suoi proclami irrispettosi il sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, quando intima a San Marino di non fare «buffonate» come, a suo dire, tenere aperti i musei che a Pesaro sono chiusi. Il dipinto di Batoni fu commissionato dai sanmarinesi per donarlo al cardinale Domenico Riviera che durante l'occupazione pontificia si era prodigato per l'indipendenza della Repubblica, e al quale si ispira oggi il sindaco di Urbino, Maurizio Gambini, con il suo Prosindaco. Di quel tempo resta, in Palazzo Pubblico, il busto berniniano tardobarocco di Clemente XII.

La liberazione di San Marino è anche la nostra, ed è libertà di idee e visione laica e democratica anche della drammatica questione sanitaria, che non può essere interpretata come una limitazione delle autonomie individuali, tra le quali il diritto alla bellezza, garantito dall'articolo 9 della Costituzione.

E, se non bastasse, San Marino ricorda all'Italia umiliata, e ai cittadini italiani che vi arrivano per respirare aria libera, ciò per cui è vissuto e ha testimoniato Antonio Gramsci: «non è la salute che va difesa a costo della libertà, è la libertà che va difesa a costo della salute».

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