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I tre sintomi che fanno la loro comparsa 24 ore prima della morte

Almeno il 10% della popolazione mondiale è spaventato dall’idea della morte. Ma esistono dei sintomi che possono “prepararci” a dire addio a qualcuno che amiamo?

I tre sintomi che fanno la loro comparsa 24 ore prima della morte
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La morte è senza dubbio uno degli argomenti più complicati e tabù della nostra società. Nonostante sia un evento attraverso il quale dovremmo tutti passare, prima o poi, parlare della morte è qualcosa che mette sempre molto a disagio, che ci mette spesso in una condizione di ansia anticipatoria. Si tratta di un argomento che ci costringe a metterci davanti non solo alla nostra caducità, ma anche e soprattutto alla vulnerabilità delle persone che ci sono intorno. Infatti molto spesso non è la propria dipartita a spaventare, quanto quella delle persone care. Ciò che fa più paura della cosiddetta Signora con la falce in mano, oltretutto, è proprio la sua imprevedibilità. Nessuno di noi può sapere quando arriverà “la sua ora” e proprio questa minaccia perpetua e costante rende la morte ancora più terrificante. Tuttavia, come si legge su Star Insider, una donna che lavora come infermiera in un Hospice - struttura che accoglie i malati terminali - avrebbe notato tre sintomi che si presentano nell’arco delle ventiquattro ore antecedenti alla morte. Una sorta di campanello d’allarme che potrebbe avvisare che il momento tanto temuto è alla fine giunto.

L’infermiera, Julie McFadden, che ha scritto un libro sulla sua esperienza coi malati terminali ed è anche molto attiva sui social media, ha individuato alcuni riti comuni nei pazienti che sono a un passo dalla morte. Tutti loro, stando a quanto racconta la donna, mostrano un profondo senso di gratitudine e affetto poco prima della dipartita. Alcuni, addirittura, “sceglierebbero” quando morire, in attesa che passi una determinata festività o un giorno importante per i loro cari. Ma, soprattutto, l’infermiera ha osservato tre fenomeni particolari che sembrerebbero essere comuni a tutti coloro che sono in punto di morte. Il primo è quello che lei chiama “rantolo della morte”. Si tratterebbe di una sorta di gemito fatto dai degenti, un gorgoglio che sottolineerebbe stanchezza e dolore. Non si tratta di nessuna grande scoperta: in campo medico, infatti, questo rantolo è molto comune proprio perché rappresenta le difficoltà che i malati riscontrano nel deglutire, tossire o respirare normalmente man mano che le loro condizioni peggiorano, quando saliva e liquidi si addensano alla base della gola. Il secondo fenomeno osservato dall’infermiera è un cambiamento nel modo di respirare. I respiri, infatti, rallentano, diventano molto più lenti e questo sintomo, proprio come il rantolo, può spesso mettere a disagio le persone vicino al degente, probabilmente perché rappresentano davvero un passo in più verso la morte. In effetti, è come se i pazienti prendessero una pausa molto lunga tra un respiro e un altro. Una pausa che spinge coloro che si trovano al capezzale del malato a pensare che il loro caro sia già morto.

Infine, il terzo sintomo individuato dall’infermiera è quello che lei chiama lo “sguardo della morte”. Si tratta di un sintomo molto più difficile da osservare. Se la respirazione in agonia e i rantoli sono osservabili anche da un punto di vista scientifico e medico, questo tipo di sguardo dal nome spaventoso potrebbe però rappresentare un momento di sollievo per familiari, amici e caregiver. Si tratta del momento in cui i malati terminali respirano ancora e sono ancora vivi, ma non sono del tutto presenti a se stessi. In questi momenti i loro occhi possono apparire vitrei oppure sfocati. Si tratta di uno sguardo a suo modo assente, in cui è chiaro che il malato non sta guardando niente in particolare, come se il suo sguardo fosse già rivolto verso un’altra dimensione. Si tratta quindi di una fase inconscia, ma secondo l’infermiera quando si presenta questo sintomo è evidente che il paziente è pronto a lasciarsi andare.

Infine, la McFadden sottolinea spesso nel suo libro che, sebbene nei suoi 16 anni di esperienza abbia notato il ripetersi di certi schemi, la morte rimane un evento estremamente soggettivo e individuale, che cambia da persona a persona e che non c’è un’esperienza che sia universalmente comune a tutti gli esseri umani.

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