Maurizio Landini «pignorato». Il capo della Cgil nega per due anni il Tfr a un dipendente e i conti del sindacato (rosso) finiscono sequestrati dal giudice. Il caso svela il paradosso (ennesimo) di un leader sindacale che va in piazza contro il governo Meloni per la difesa del Tfr dei lavoratori. Ma in casa propria fa l'opposto.
Le carte esclusive di cui il Giornale è in possesso raccontano una storia incredibile. Il 30 settembre scorso, il giudice Alessandro Cento, della terza sezione civile del Tribunale di Roma, dispone il sequestro di 190.145,61 mila euro sul conto corrente attivo al Monte dei Paschi di Siena intestato alla Cgil Nazionale di Corso Italia di cui hanno disponibilità il segretario generale Maurizio Landini e il tesoriere del sindacato. Il pignoramento è l'atto finale di un contenzioso che un ex dipendente della Cgil Stefano. O. porta avanti dal 2015. L'ultimo atto si è concluso nel 2023 con la sentenza della Corte di Cassazione (sezione Lavoro) presieduta dal giudice Fabrizia Garri che ha condannato la Cgil al pagamento del Tfr al lavoratore per un importo pari a 92mila euro circa. Nel 2023, al comando del sindacato rosso, per il secondo mandato, c'è già Landini. Ebbene, in questi due anni, nonostante la sentenza ormai definitiva, Landini ha ritenuto di non dover versare al lavoratore i 92mila euro. Rendendo così necessario il decreto ingiuntivo e il conseguente pignoramento. Lo stesso Landini che a ottobre tuonava contro Meloni per la proposta di utilizzare il Tfr come anticipo pensionistico. «È una presa in giro. Mi scusi, io Tfr ce l'ho già, è mio. Dovrebbe essere aggiuntivo alla pensione, non sostitutivo. Chiedono di usare soldi che ho già. Pensano davvero che siamo tutti c che viviamo da un'altra parte». Partiamo però dall'inizio.
Stefano. O. è un dirigente della Cgil assegnato a un ente che si occupa di Turismo di Milano. Agli inizi degli anni 2000 viene richiamato a Roma per guidare l'ufficio legislativo nazionale della Cgil in Corso Italia. Il suo ufficio è posizionato accanto ai segretari generali. Vede passare il meglio del sindacato rosso: Cofferati, Epifani, Camusso e Landini. Nel 2015 decide di andare in pensione e trattare l'uscita con la Cgil. Accordo fatto. All'improvviso la doccia gelata. La Cgil nega il Tfr, accampando motivazioni assurde. Inizia la battaglia legale. Il primo round finisce nel 2016 con un provvedimento del giudice Margherita Leone, che accoglie la richiesta del lavoratore, e condanna la Cgil al pagamento della buonuscita per un importo 52mila euro più 700 euro di spese legali. Il sindacato ricorre al giudice di primo grado e vince. Ottiene la condanna del lavoratore al pagamento delle spese legali per un importo di 7mila euro. Soldi che la Cgil pretende subito. Si va in appello e il verdetto cambia. Siamo nel 2018: Cgil condannata al pagamento del trattamento di fine rapporto. Dopo pochi mesi arriva Landini al vertice del sindacato. E si decide di impugnare la sentenza in Cassazione. Pur di non pagare il Tfr al lavoratore. Il penultimo atto è il verdetto della Suprema Corte che arriva il 12 dicembre 2023: una sentenza di 6 pagine. Inoltre i giudici fanno a pezzi il sindacato, ravvisando anche elementi poco chiari riguardo due testimonianze a favore della Cgil.
Capitolo chiuso? Niente affatto. Al lavoratore non arriva un centesimo. Perché Landini decide di non pagare. È necessario una nuova azione legale per ottenere il Tfr. Stavolta si ritorna al giudice civile per un decreto ingiuntivo. A fine settembre arriva il pignoramento sul conto corrente della Cgil e il prelievo di 96.501,03 per saldare il debito con il lavoratore. Il sequestro complessivo è di 190mila euro.
La battaglia dell'ex lavoratore Cgil viene appoggiata dal blog Cglicenziamenti (un portale di denuncia contro le distorsioni del sindacato). Una battaglia quasi solitaria. Che però alla fine vede soccombere Landini e la Cgil.