«Bersellini ci fece vincere uno scudetto con lo sguardo»

«Fraizzoli mi multò perché dissi che alla Juve sarei andato a piedi»

Gian Piero Scevola

Caro Muraro, oggi compie 50 anni. Si sente vecchio?
«No, anche se il numero 50 mi fa paura. Di spirito sono ancora giovane, ma quando gioco con le “vecchie glorie” gli anni me li sento addosso».
Col calcio pensa di essere in debito o in credito?
«Non ci ho mai pensato. Però mi sento più bravo come allenatore che non come giocatore. E aspetto un treno che non è ancora passato».
In nerazzurro ha vinto una coppa Italia e uno scudetto: non le pare troppo poco?
«È abbastanza, anche se avrei potuto ottenere di più. In coppa Campioni, per esempio».
Se l’è sudato il posto di titolare.
«Complicato essere punto fisso in quell’Inter. Ho esordito con Boninsegna, poi avevo davanti la coppia Libera-Anastasi, poi Altobelli con Serena e Rummenigge. Altrettanto difficile con la nazionale perchè ai miei tempi c’erano troppi mostri sacri».
Che ricordi ha dell’Inter di Fraizzoli e Pellegrini?
«Ero uno sbarbato e in prima squadra mi volle Helenio Herrera. E pensare che a Milano ero venuto come centrocampista, perchè correvo bene, giocavo per la squadra e sapevo crossare. Mio padre Altero non voleva che giocassi a pallone perchè, secondo lui, trascuravo gli studi. I vecchi mi prendevano in giro perchè tifavo Juventus e raccoglievo le figurine e io mi chiedevo: con gente come Mazzola, Facchetti, Burgnich, Boninsegna, Bedin, Bordon, Lido Vieri che c’entra uno come Muraro?».
Già, lei che c’entrava?
«La forza morale me la dette Herrera che mi consigliò di tirare in porta da tutte le posizioni, senza mai passare il pallone ai compagni. Facchetti mi coccolava; gli ultimi due anni con Mazzola, eravamo nella stessa camera in ritiro e l’aiutavo a scrivere il suo libro: di sera io dettavo e lui batteva a macchina. E quando Vieri bussava alla porta capivamo che era ora di dormire. Quanto a Beccalossi, era un fenomeno, ma è suo demerito non essere arrivato a certi livelli».
E lo scudetto con Bersellini come allenatore?
«Strana e brava persona il mister: non parlava mai, ci si capiva solo a sguardi».
Ma di Fraizzoli lei era un pupillo, lo ammetta.
«Tutti mi chiamavano Carletto, per il presidente ero Carlotto, mi voleva bene come a un figlio. Ma quando la Juve mi cercò e io dissi che a Torino sarei andato anche a piedi, mi diede una multa salatissima».
Pellegrini invece...
«Mi lasciò andare via perchè volevo giocare di più».
Ha rimpianti?
«Ho subito troppi infortuni e ho dovuto sempre ripartire da zero. Forse non sono stato sfruttato al massimo delle mie potenzialità. Fu Roby Baggio nel 1988 a convincermi ad andare nella Pistoiese di Lippi. Feci appena due partite, poi smisi e mi dedicai alla panchina».
Con risultati alterni però.
«A Solbiate venni mandato via perchè non facevo giocare il figlio del presidente. Poi andai a Saronno e Lecco in crisi, feci bene alla Pro Patria e dopo averla portata in C1 venni esonerato. Ora faccio il commentatore a Sky e aspetto che qualcuno mi chiami, perchè fondalmente mi sento di essere un allenatore».