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La scommessa dei mercati

Le Borse giungono a questo appuntamento non al massimo della loro lucentezza, ma decisamente solide

La scommessa dei mercati

Dal Leone rampante al Leone ruggente il passo non è soltanto semantico. È il segno di una escalation che da oggi i mercati dovranno valutare con attenzione crescente. Otto mesi fa la guerra dei «dodici giorni» contro i siti nucleari iraniani fu una fiammata: volatilità improvvisa, petrolio in corsa, titoli della difesa acquistati a piene mani. Poi tutto rientrò. A Wall Street la perdita oscillò attorno all'1%, il petrolio balzò sopra 80 dollari per poi ripiegare rapidamente, e gli algoritmi archiviarono la paura come un temporale estivo.

Oggi lo scenario è più ampio e più ambizioso, e dunque più carico di incognite: non più soltanto impianti di arricchimento dell'uranio, ma l'intera architettura della Repubblica Islamica nata nel 1979. Non un'operazione chirurgica, bensì una strategia di annientamento. La domanda che oggi rimbalzerà nelle sale trading di tutto l'Occidente è inevitabile: assisteremo a una nuova scossa di breve durata o a una crepa strutturale negli equilibri globali?

Alcune considerazioni prima delle conclusioni. Le Borse giungono a questo appuntamento non al massimo della loro lucentezza, ma decisamente solide. Febbraio si è dimostrato opaco, soprattutto a Wall Street, e tuttavia i principali indici restano a ridosso dei massimi storici. Il tormentone è sempre lo stesso: bolla o non bolla dell'intelligenza artificiale. Le trimestrali delle Big Tech hanno confermato valutazioni elevate ma supportate da utili robusti. Intanto l'adozione dell'IA si va estendendo oltre i nomi più celebrati, investendo distribuzione, manifattura, logistica, costruzioni di data center. Il capitale segue l'innovazione, non le sirene del panico. E comunque al momento non è aria di cigno nero, di crolli imminenti.

Il primo punto fermo: i fondamentali societari non raccontano un'economia in caduta libera. Raccontano piuttosto un sistema in trasformazione. La geopolitica irrompe, ma non trova un corpo malato. Trova mercati con liquidità, imprese con margini, una Federal Reserve prudente ma non ostile. Certo, petrolio e gas restano gli osservati speciali. L'Iran è snodo di produzione e di rotte. Un allargamento del conflitto nello Stretto di Hormuz cambierebbe lo scenario. Tuttavia, l'offerta globale di greggio in particolare oggi è più diversificata rispetto a dieci o vent'anni fa. Gli Stati Uniti sono grandi produttori, l'Opec mantiene margini di intervento, le scorte strategiche rappresentano una rete di sicurezza. Un picco dei prezzi è possibile (i 100 dollari o anche più potremmo vederli nella fase più acuta), ma diverrebbe strutturale soltanto se la guerra diventasse totale. E una guerra totale non conviene a nessuno, tantomeno a Teheran che oltre a disporre di armi imparagonabili a quelle dell'asse Israele-Stati Uniti, vive di petrolio.

La vera posta in gioco è dunque politica. È la tenuta di un regime che per decenni ha esportato instabilità più che sviluppo, alimentando tensioni e milizie, terrorismo e disordine, frenando l'integrazione economica dell'area. Qui il terreno si fa scivoloso. La guerra non è mai una soluzione. Porta distruzione, vittime, incertezza. Ma esistono conflitti che ridisegnano equilibri bloccati e rimuovono fattori permanenti di rischio. L'estremismo islamista è uno di questi fattori. Non è solo un problema occidentale: è un freno per il Medio Oriente stesso, per le monarchie del Golfo che stanno investendo nella diversificazione economica, per le economie che ambiscono ad attrarre capitali e tecnologia. Un Iran meno aggressivo, meno ideologico, più concentrato sullo sviluppo interno cambierebbe la mappa del rischio. Ridimensionerebbe la minaccia sulle rotte energetiche, attenuerebbe le tensioni regionali, favorirebbe investimenti oggi trattenuti dall'incertezza.

I mercati non celebrano la guerra. Ma scontano la stabilità futura. Se l'esito fosse un Medio Oriente più prevedibile, il premio per il rischio scenderebbe e con esso il costo del capitale. Sarebbe un beneficio diffuso, non soltanto per l'Occidente ma per l'intero sistema economico globale.

Paradossalmente il fronte più delicato resta quello interno americano. I consumatori appaiono prudenti, la fiducia non è al suo picco, il mercato del lavoro mostra segnali di raffreddamento. Il presidente può vincere una partita geopolitica, ma deve ancora convincere su quella economica. Non bastano i richiami all'industria tradizionale o al petrolio. Serve una nuova frontiera, che oggi coincide con la produttività generata dall'intelligenza artificiale e dalla sua diffusione capillare. Se sicurezza esterna e innovazione interna riusciranno a procedere insieme, il quadro diventerà coerente: stabilità fuori, crescita della produttività dentro. In questo scenario i mercati potranno attraversare settimane nervose, con sedute a strappi, petrolio volatile, difesa in evidenza e tecnologia sotto scrutinio. Sarebbe però miope leggere tutto come l'inizio di un ciclo ribassista strutturale.

Nessuno dovrebbe illudersi che sarà una passeggiata. Le incognite sono reali, gli errori possibili, le reazioni imprevedibili. Ma la storia economica insegna che la rimozione di un fattore cronico di instabilità può aprire stagioni di espansione.

Se alla fine prevarrà un ordine meno permeabile all'estremismo islamico e più orientato allo sviluppo, il mondo intero ne trarrà beneficio. E le Borse, dopo aver tremato, potrebbero scoprire di avere più ragioni per festeggiare di quante oggi siano disposte ad ammettere.

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